22. La casa «retica»

L’edilizia abitativa nel territorio retico mostra caratteristiche comuni, anche se gli espedienti architettonici possono risultare diversificati in relazione ai condizionamenti ambientali e all’esistenza di tradizioni locali. Le costruzioni, di forma quadrangolare e con fondazioni in genere seminterrate, alle quali si accedeva attraverso un corridoio, rispondono a canoni e soluzioni tuttora ricorrenti in edifici rustici di montagna, come baite e masi. La tessitura delle murature perimetrali non è costante: venivano utilizzati, a seconda delle località e della disponibilità delle materie prime, blocchi calcarei o di porfido più o meno squadrati di medie o grandi dimensioni, oppure lastre disposte anche verticalmente e grossi ciottoli a profilo arrotondato. In qualche caso le pareti sono costituite dal substrato roccioso rettificato con scassi. La conformazione dei corridoi di accesso alle costruzioni poteva variare, con percorso rettilineo oppure angolato posto centralmente o lateralmente.

Come mostra la lunga tradizione dell’edilizia rustica nelle Alpi, l’interramento più o meno profondo e ampio delle costruzioni rappresenta una soluzione ideale per ovviare alle asperità del suolo e rispondere alle esigenze di isolamento termico. Il drenaggio in genere era garantito da pietrame posto a colmare lo spazio compreso fra il taglio del terreno o della roccia e l’esterno dei muri perimetrali.

Le pareti al di sopra degli zoccoli in muratura a secco o roccia potevano essere costituite da tavole disposte in senso orizzontale o verticale, oppure da strutture a «Blockbau». Questa tecnica costruttiva, consistente nella sovrapposizione di tronchi interi o parzialmente sezionati o di tavole che si incrociano ad incastro negli angoli dell’edificio, risulta particolarmente efficace dal punto di vista della solidità e della resistenza ai carichi. A Tesero Sottopedonda in val di Fiemme gli scavi hanno permesso di riconoscere i resti carbonizzati di una parete costituita da tavole sovrapposte, con estremità bloccate grazie a questo genere di incastro a croce, protetto con un ingegnoso sistema di isolamento in pietre e lastre.

La pavimentazione delle case poteva essere sia in terra battuta, sia in tavolato ligneo, come rilevato, sempre a titolo di esempio, a Sanzeno e sul Doss Castel di Fai della Paganella, dove è stata riconosciuta una partizione in più ambienti.

L’alzato doveva essere in legno, con manto di copertura costituito, piuttosto che da pesanti elementi in pietra, da tavolette in legno (scandole), ramaglie o fibre vegetali come paglia o erbe. L’analisi dei depositi di crollo ha permesso di ipotizzare anche la presenza di soppalchi o di un secondo piano.

Per la copertura si ipotizzano soluzioni sia a falda unica per costruzioni poco ampie, sia – con più frequenza – a doppio spiovente con trave di colmo. Questa soluzione doveva essere adottata per un edificio di Sanzeno che conservava sul pavimento in terra battuta una fila centrale di lastre litiche, probabili basi di appoggio per pilastri destinati a sorreggere il peso della trave di colmo. Per conferire maggiore solidità all’impianto dell’edificio i pilastri di sostegno dell’alzato venivano talvolta incassati entro spazi quadrangolari ricavati, a distanza regolare, entro le murature a secco perimetrali. Il materiale da costruzione infiammabile esponeva gli edifici al pericolo di incendio e, in effetti, sono numerose le tracce di distruzione dovute al fuoco rilevate con le ricerche archeologiche. L’analisi dei resti carbonizzati che permette di proporre ipotesi ricostruttive degli alzati indica il frequente ricorso al legno di larice, specie particolarmente adatta nell’edilizia montana e le cui qualità sono riconosciute in epoca romana da Vitruvio.

Il ritrovamento di pochissimi chiodi in ferro in un numero davvero esiguo di insediamenti presuppone l’impiego del tutto prevalente di opere a incastro con l’uso di cavicchi lignei e forse anche legacci.

Nell’ampia gamma degli espedienti edilizi adottati, le opere di scasso del substrato e l’uso di muretti a secco entro terrazzamenti appaiono in chiara continuità con le precedenti esperienze costruttive maturate a partire dall’età del Bronzo. Rispetto ai tempi precedenti, le case «retiche» rappresentano peraltro una novità, in quanto mostrano un minore sviluppo in lunghezza e soprattutto il perimetro completamente delimitato da muretti a secco o dalla roccia. F.M.

Bibliografia

M. Migliavacca , Lo spazio domestico nell’Età del Ferro, in «Preistoria Alpina», 29, 1993, pp. 5-161; F. Marzatico, La seconda età del Ferro, in M. Lanzinger - F. Marzatico - A. Pedrotti (edd), La preistoria e la protostoria (Storia del Trentino, I), Bologna 2001, pp. 479-573; F. Marzatico - G. Stelzer, Ipotesi ricostruttiva di una casa retica di Sanzeno in val di Non, in «ArcheoAlp – Archeologia delle Alpi», 5, 1998, pp. 77-98.

Invia un contributo

Registrazione

Per inviare un contributo:

  • se sei già registrato, accedi tramite il login qui sotto
  • se non sei registrato, crea un nuovo account per registrarti.