17. Un desolato paesaggio di distruzione

Il passaggio del Trentino all’Italia avvenne in una cornice di rovina e devastazione. Al cessare delle ostilità molte vallate, squassate dai movimenti del fronte e dal transito delle truppe, erano ridotte a cumuli di macerie. Particolarmente segnate dalle rovine furono la Valsugana e la Vallagarina, le valli del Leno e l’Alto Garda, la val di Ledro e la valle del Chiese, le Giudicarie e il Tesino (t II ). Per quanto manchi una quantificazione precisa dei danni di guerra, nel 1920 si stimò che questi ammontassero a oltre 3 miliardi di lire correnti.

Come scrisse nel 1919 Ottone Brentari (storico, geografo e giornalista) in visita nella disastrata «zona nera» posta lungo il vecchio confine che separava il Trentino dal Regno d’Italia,

«chi si avvicina a qualcuno di questi paesi, corre subito col pensiero a quanto ha visto in occasione dei più vigorosi terremoti o negli incendi più furiosi; case scoperchiate alle quali non restano che le vuote occhiaie delle finestre e le mura cadenti annerite; brani di muraglioni che sembrano braccia ischeletrite che pregano al cielo tremanti per chiedere pietà».

Sembravano – come scrisse De Gasperi – i resti di un grande naufragio.

La conta dei morti non chiudeva l’esperienza di un conflitto le cui conseguenze si sarebbero fatte sentire ancora a lungo nella lacerata società trentina. A chi faceva ritorno nei propri paesi trovandoli spesso distrutti, la guerra mostrava in altre parole il suo volto più lugubre e tragico. Non quello dello scontro tra soldati per la conquista di una cengia o di una trincea, ma quello – le parole sono di Cesare Battisti – «del furore bestiale contro ogni cosa, contro la proprietà, contro gli inermi, contro la terra stessa». Ad essere schiantati, è facile intuirlo, non furono solo i tetti delle case, ma anche gli animi di chi, sopravvissuto allo scannatoio della guerra, dovette prepararsi a ricostruire, insieme ai muri delle case, la vita di intere comunità. Il tutto in un clima di grande incertezza, segnato da profondi mutamenti istituzionali e dalla crisi finanziaria, dai problemi legati al cambio della moneta e dal difficilissimo rilancio di un’economia azzerata, dal rientro dei combattenti e dal rimpatrio dei profughi.

Un’idea dello sconforto che provò chi, già segnato dall’esperienza bellica, fece ritorno ai luoghi natali trovandoli devastati, viene dalla lettura di alcuni brani delle cronache prodotte nell’immediato dopoguerra. Scriveva Oreste Ferrari in un reportage giornalistico apparso tra il maggio e l’ottobre 1919:

«Le condizioni della Bassa Valsugana mi hanno dolorosamente colpito. In nessuna vallata i miei occhi abituati, ma non disattenti hanno visto sfaceli e disastri così vasti e crudi come qui. È tutta una regione fiorente e pittoresca, cui la terribile lunga guerra ha voluto aggiungere le sue visioni crudeli, le traccie del suo aspro passaggio. Ho camminato da paese a paese; mi sono fermato pensoso davanti ai cumuli di macerie; sono entrato negli avvolti, nelle stalle, nelle catapecchie, nelle baracche dove si son rifugiate e pigiate intere e numerose famiglie: e, più di una volta, ho dovuto andarmene frettolosamente, o voltarmi dall’altra parte, perché la commozione mi impediva qualsiasi parola di conforto. E più volte mi sono domandato: È stato umano, è stato davvero umano, l’aver riportato qui tutta questa gente, e lasciarla in ricoveri e in condizioni e con prerogative simili?». La distruzione non investiva solo i centri urbani, ma si estendeva alle campagne. Come ricordava in un periodico economico Enrico Marcabruni riferendosi ai dintorni di Rovereto,

«la campagna è intristita e ricoperta d’una vegetazione rachitica, è dilaniata da imbuti enormi scavati dalle granate. Si può affermare senza temere di esagerare, che non ci sono 50 metri quadrati entro i quali non si possano constatare gli effetti delle artiglierie. Nell’ischia Lindegg [presso Marco] giacciono ben 6.000 gelsi atterrati, bruciati, o con degli squarci enormi nei tronchi annosi. In ogni appezzamento si può assicurare che su cento alberi, sessanta sono schiantati o divelti. La visione funebre di questo susseguirsi di piante che tendon le braccia ischeletrite al cielo come in una invocazione suprema, rende un’idea delle condizioni morali e materiali degli abitatori che aspettano e invocano».

Dalla devastazione non furono risparmiate neppure le montagne, che da simboli della piena espressione della natura divennero sconsolanti scenari di morte. Lo avvertì lo stesso Alcide De Gasperi con toni carichi di un lirismo affranto, dopo aver camminato attorno al Rolle:

«Nessuna vegetazione in questo regno della morte, se si eccettuano delle chiazze di margheritine bianche di alta montagna, sbocciate in qualche cratere ove fino a pochi giorni fa s’era adagiata la neve … Non è il momento di fissare sulla carta le impressioni che vengono via o salgono su fino a voi da tutte queste montagne che mostrano dappertutto ancora i solchi profondi che la guerra ha scavato fin dentro la loro ossatura, le lacerazioni della loro veste di verzura, gli schianti delle loro foreste. L’alpinista, a cui tutti questi gran massi di dolomia o di porfido erano divenuti famigliari, quasi amici, cui ogni estate si veniva a render visita per parlare con loro il puro linguaggio della natura e riposare nel silenzio la mente stanca dei dibattiti umani, sente ora con amarezza che l’incanto è rotto; l’occhio e il pensiero non  riposano più, e da tutte le trincee insanguinate … vengono su e pare s’addensino attorno a lui delle nebbie che oscurano e pesano e nelle quali tratto tratto pare baleni una luce vermiglia … La natura? Io penso alla tragedia di migliaia d’uomini su queste montagne e sento quasi odio contro codesta superbia sprezzante dei nostri destini, contro codesta matrigna, fredda e muta che beve impassibilmente con le radici dei suoi boschi i succhi dei nostri morti». M.C.

Bibliografia

F. Rasera - A. Pisetti - M. Grazioli - C. Zadra (edd), Paesaggi di guerra. Il Trentino alla fine della prima guerra mondiale, Rovereto 2010.


Le citazioni sono tratte da O. Brentari, Le rovine della guerra nel Trentino, Milano 1919, pp. 10-11; O. Ferrari, Attraverso la zona distrutta. La Bassa Valsugana, in «La Libertà», 14 agosto 1919; E. Marcabruni, Marco, in «La Rinascita», 21 giugno 1919; M. Bigaran - M. Calu (edd), Alcide De Gasperi dal Partito popolare italiano all’esilio interno 1919-1942 (A. De Gasperi, Scritti e discorsi politici, II/1), Bologna 2007, p. 302.

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