18. La memoria della guerra e la sua monumentalizzazione

All’indomani della Grande guerra prese avvio, accanto all’opera di ricostruzione materiale di paesi e città, una fitta rete di manifestazioni che ne celebravano il ricordo. Il superamento dell’esperienza bellica e l’elaborazione del grande lutto collettivo ad essa legato passarono anche attraverso una ridefinizione simbolica dei territori segnati dal conflitto: sorsero monumenti, cimiteri e musei dedicati alla sua memoria, furono attribuiti nuovi nomi a strade, piazze, scuole e spazi urbani per richiamarne direttamente gli eroi, i luoghi e gli episodi salienti (da Cesare Battisti a Fabio Filzi e Damiano Chiesa, da Vittorio Veneto al Pasubio, dal Col di Lana al 3 novembre). Prese forma, in altre parole, una nuova ‘geografia civile’ che, attraverso il costante richiamo al sacrificio supremo compiuto in nome della patria, doveva contribuire alla definizione di un nuovo collante identitario. In alcuni casi i processi di celebrazione e monumentalizzazione della memoria del conflitto riprendevano progetti maturati mentre la guerra era ancora in pieno svolgimento.

La costruzione e l’uso della memoria bellica divennero in tutta Europa un efficace stru- mento di legittimazione dei nuovi assetti politici. Ciò valse anche per il caso trentino: l’annessione all’Italia si compiva, infatti, anche attraverso la sacralizzazione dei luoghi e della memoria pubblica del conflitto. Ciò rispondeva al tentativo di superare le divisioni sociali e nazionali tramite la costruzione di una ‘religione civile’ unificante, dotata di propri riti (le commemorazioni, l’intitolazione di lapidi ai caduti o ai legionari) e luoghi di culto (i cimiteri di guerra, gli ossari, i monumenti ai caduti e alla vittoria), in cui i cittadini potessero riconoscersi e specchiarsi.

Quella della guerra, però, è sempre una memoria differenziata e conflittuale, che premia i vincitori e oscura i vinti, celebra gli eroi e confina le vittime anonime in spazi appartati. In Trentino, dove la conciliazione tra l’ingresso nel nuovo Stato e l’esperienza nelle file dell’esercito nemico causava non trascurabili problemi di identità, la memoria ufficiale mostrò un volto assai poco equanime: il ricordo dei soldati caduti con la divisa austro-ungarica, che pur riguardava gran parte della società trentina, non trovò spazio nella rielaborazione collettiva. Si onorarono i volontari irredenti, mentre la memoria dei caduti che combatterono per l’esercito imperial-regio fu affidata alla pietà delle comunità e ai monumenti nei cimiteri e nei luoghi riservati al culto, spesso con la precisazione che la morte era sì avvenuta sotto la bandiera nemica, ma nell’attesa della redenzione.

Sul fronte museale si segnalarono iniziative di rilievo. A Rovereto sorse tra il 1920 e il 1921, su iniziativa di un gruppo di cittadini, il Museo Storico Italiano della Guerra, nato come strumento di documentazione della storia militare del conflitto e mezzo di mobilitazione patriottica. Ideato, stando alle dichiarazioni del primo presidente Antonio Piscel, già in occasione dell’apertura delle ostilità nel maggio 1915, il museo assunse i contorni del sacrario votato alla testimonianza dell’italianità del territorio trentino. Sul principio degli anni Trenta il suo orientamento nazionalista e il messaggio antitirolese e antitedesco che comunicava furono apertamente osteggiati dall’opinione pubblica germanica, mettendo in evidenza i fili scoperti di una memoria non univocamente condivisa.

Nel castello di Rovereto, struttura che già ospitava il Museo della Guerra, fu realizzata tra il 1924 e il 1925, su iniziativa di don Antonio Rossaro, la Campana dei caduti fusa col bronzo dei cannoni delle nazioni partecipanti al conflitto. Furono dunque chiamati a coesistere negli stessi spazi, non senza ambiguità, il messaggio di universalismo pacifista della Campana e le istanze di esaltazione nazionalista del museo.

Del 1923 è invece l’istituzione nel castello del Buonconsiglio del Museo del Risorgimento di Trento, espressione della volontà politica cittadina e segno eloquente della diffusa percezione della guerra come naturale conclusione della parabola risorgimentale. Avendo storie e finalità diverse, i due musei giunsero ad un’equilibrata suddivisione delle rispettive competenze.

Il regime fascista procedette a un’esplicita appropriazione della memoria pubblica del- la Grande guerra, individuando nel conflitto un mito unificante utile alla rifondazione della coscienza nazional-popolare. Lo Stato fascista vestì di autoritaria imperiosità i sacrari della memoria bellica: i cimiteri di guerra furono in buona parte distrutti e i resti dei soldati furono concentrati in grandi edifici monumentali, come il Sacrario del Pasubio (1926) e il Sacrario militare di Castel Dante a Rovereto (1938), il Sacrario militare del Tonale (1936).

La memoria dello stesso Cesare Battisti fu oggetto di una diretta appropriazione da parte del fascismo: tramontata la possibilità di dedicare al ‘martire’ trentino il monumento costruito sulle rive del Talvera a Bolzano per celebrare la vittoria della guerra, si procedette (pur dopo mille esitazioni) alla costruzione sul Doss Trento del mausoleo battistiano (1935), il quale domina tutt’ora il capoluogo trentino col suo imponente porticato in pietra. M. C.

Bibliografia

M. Isnenghi, I luoghi della memoria. Strutture ed eventi dell’Italia unita, Roma - Bari 1997; P. Marchesoni - M. Martignoni, Monumenti della Grande Guerra. Progetti e realizzazioni in Trentino 1916-1935, Trento 1998.

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