19. I cattolici e il fascismo

Quella dei rapporti tra il mondo cattolico  trentino e il fascismo è una storia segnata  da ricorrenti conflitti. Il soffocamento  dell’esperienza politica del partito popolare  e la persecuzione dei suoi capi (De Gasperi,  arrestato nel marzo 1927, fu sottoposto a un  regime di sorveglianza speciale; Guido de  Gentili fu estromesso dalla vita pubblica)  incisero sensibilmente sulla relazione dei  cattolici col fascismo.

 L’occupazione fascista dei principali enti  economici e la fusione in un unico istituto  della Banca cattolica trentina e della Banca  cooperativa avevano privato i cattolici della  propria autonomia nelle attività creditizie,  minando il controllo sulle attività economiche  raggiunto in tre decenni di impegno  sociale.

L’ostilità nei confronti del regime non riguardava  solo il controllo del settore economico-  creditizio, ma investiva la progressiva  azione di irreggimentazione spirituale che il  fascismo andava esercitando sulle nuove generazioni.  Nei tardi anni Venti si procedette  allo scioglimento di numerosi circoli cattolici,  la cui attività si era posta in concorrenza  con gli organismi giovanili del regime.  All’aumento della pressione fascista esercitata  sulle diverse articolazioni della società  corrispose una robusta crescita dell’Azione  Cattolica (la principale organizzazione del  laicato cattolico), che raggiunse in breve  tempo un grado di diffusione capillare grazie  a un costante incremento delle iscrizioni:  dalle 11.000 del 1927 alle 50.000 del 1938.  Le frizioni tra circoli cattolici e fascismo  si attenuarono nel 1929 in occasione della  Conciliazione, con la quale si chiudeva la  Questione romana e si sanciva il carattere  ‘cattolico’ della nazione italiana. Gli attriti  ripresero nel 1931, quando a seguito dello  scioglimento dei circoli giovanili cattolici  (in Trentino erano circa 360) e delle misure  repressive esercitate verso oratori e strutture  ricreative cattoliche, si levarono vivaci proteste.  Per il laicato cattolico l’unico spazio  organizzato per l’esercizio di un’azione  morale e religiosa (ogni iniziativa politica era  esclusa) restava quello dell’Azione cattolica,  ‘ripulita’ dalle influenze degli ex popolari.

Il punto di riferimento dell’autonomia dei  cattolici fu il vescovo Celestino Endrici  (s 7), il quale in nome di una difesa della  società cristiana dalle insidie della modernità  diede prova di atteggiamenti poco  concilianti nei riguardi del fascismo e si  spese per preservare la comunità religiosa  locale dalle ingerenze del regime. Costretto  alla chiusura il quotidiano cattolico, mons.  Endrici sollecitò la pubblicazione di «Vita  Trentina», un settimanale diocesano che  negli anni divenne il principale strumento  di informazione dei cattolici trentini. Frutto  di una politica editoriale poco disposta ad  appiattirsi sugli orientamenti ufficiali del  regime, il periodico diretto da don Delugan  osservò gli avvenimenti contemporanei  attraverso il filtro delle posizioni ufficiali  della Chiesa, non mancando in più occasioni  di riservare larvate critiche a precisi  aspetti della politica fascista. Fu, quella di  «Vita Trentina», un’opposizione silenziosa  al regime, sorta per costituire un’alternativa  all’inquadramento fascista delle coscienze.  L’impegno dei cattolici trentini investì in  particolare l’ambito educativo e si orientò,  secondo le indicazioni di Endrici, alla  salvaguardia del carattere «integralmente  cattolico» della formazione civile e morale  dei giovani. Un ruolo rilevante fu svolto  da organizzazioni studentesche come la Juventus  (formata da studenti medi) e l’Auct  (Associazione degli Universitari Cattolici  Trentini), che stimolarono atteggiamenti  non conformisti nei giovani e favorirono la  penetrazione di istanze culturali non allineate  al regime. Furono forme di resistenza  passiva all’omologazione politica imposta  dal fascismo, pensate per preparare, come  ebbe a dire De Gasperi nel 1934 rivolgendosi  ai giovani dell’Auct, «un nuovo progresso  cristiano».  Non si deve con questo pensare che da parte  del mondo cattolico trentino fosse negato  il consenso al regime. Formalmente esso  non fu mai realmente in discussione. Anzi,  in particolare nel corso degli anni Trenta si  raggiunsero forme di convergenza tra le parti  del cattolicesimo trentino più inclini agli  ideali antiliberali e gli apparati fascisti. Se  molti esponenti del mondo cattolico locale  continuarono a garantire l’allineamento alle  posizioni ufficiali del fascismo solo nelle forme  strettamente necessarie ad una pacifica  convivenza con le autorità, non mancarono  dimostrazioni di una chiara vicinanza al  regime. Per una parte non trascurabile del  mondo cattolico il fascismo non dovette  essere un fenomeno di superficie, né una  semplice parentesi.

La malattia del vescovo Endrici, sopraggiunta  nell’estate del 1934, aprì una stagione  di incertezze che rese evidente quanto  delicato fosse l’equilibrio tra l’autonomia  nel governo della diocesi (tema caro a  Endrici) e il necessario allineamento agli  orientamenti del regime. Negli anni della  malattia si succedettero a fianco di Endrici  monsignor Enrico Montalbetti, coadiutore  del vescovo dal 1935 al 1938, e monsignor  Oreste Rauzi, nominato vescovo ausiliare  nel 1939. Alla morte di Endrici, avvenuta  nell’autunno del 1940, fu innalzato al  soglio episcopale Carlo de Ferrari, il quale  manifestò fin dalle prime battute del  proprio ufficio vescovile un orientamento  autoritario e un chiaro apprezzamento per  il regime fascista. M.C.

Bibliografia

S. Vareschi, La Chiesa cattolica trentina fra radici cristiano-sociali e confronto con i tempi nuovi, in A. Leonardi - P. Pombeni (edd), L’età contemporanea. Il Novecento (Storia del Trentino, VI), Bologna 2005, pp. 281-304. Si veda inoltre P. Piccoli - A. Vadagnini, Il movimento cattolico trentino dalle origini alla Resistenza. 1844-1945, Trento 1985.

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