21. La morte dal cielo

Erano in molti ad aver confidato che i bombardamenti a tappeto dell’esercito anglo-americano non si sarebbero spinti fino alle valli trentine, ma il 2 settembre 1943 bombardieri alleati solcarono i cieli di Trento, sganciando verso mezzogiorno più di 200 tonnellate di bombe che provocarono la morte di oltre 200 persone. La zona più colpita fu il quartiere della Portèla, compreso tra l’asse dell’Adige e via Belenzani.

Di quella tragica mattina di settembre è rimasta una vivida traccia nel diario di Anna Menestrina, al tempo militante del movimento cattolico femminile:

«D’un tratto un rombo, uno schianto, un fragore che fa tremare il suolo … ‘Le bombe!’ Augusto si precipita dentro, m’afferra per un braccio: ‘Nel ricovero subito! Dentro, dentro! C’è pericolo! E mamma? E Adelina? Dove sono? E Carmela … perché non scendono? Che fanno?’ ... Il fragore delle bombe copre le nostre voci. Pare che la casa rovini sotto il crepitare di mille fulmini. Vetri che si infrangono … urli di gente terrorizzata che cerca scampo … e tra questa disperazione mamma e Adelina scendono le scale sgomentate per l’inatteso terribile che sta rovesciando una pioggia di fuoco anche su la nostra povera città. Su nella nostra saletta d’entrata una grossa pietra è caduta dall’alto attraverso i lucernari e per poco non ha colpito la mamma che doveva passare per scendere al rifugio … Nel ricovero non ci sentiamo sicuri. Troppo impressionante star lì rinchiusi mentre infuria una tale burrasca infernale! Pare che l’avvolto ci rovini addosso di momento in momento. Ci rifugiamo sulla scala della cantina, in fondo al portico … Passa la morte. Ognuno sente che questa potrebbe essere la sua ora. Preghiamo! È tornato il silenzio. Lugubre, impressionante. Non osiamo quasi guardarci a vicenda per paura di leggerci negli occhi il terrore».

I bombardamenti proseguirono intensi e distruttivi anche nel periodo successivo all’8 settembre, incidendo profondamente sulla vita dei principali centri della provincia posti lungo l’asta dell’Adige. Per lunghi mesi, a scandire le ore di chi rimase a vivere in città furono i continui allarmi e gli sguardi rivolti verso il cielo alla ricerca del nemico che veniva dall’alto. Gli obiettivi militari si erano allargati al punto da includere gli abitati civili: la guerra, ormai ‘totale’, mostrava anche in Trentino il suo lato più distruttivo.

Per limitare le conseguenze dei raid aerei furono organizzati sfollamenti (più di 25.000 trentini abbandonarono la città) e costruiti rifugi in roccia. A Trento vennero approntate tre gallerie-rifugio (una in collina, una nei pressi della farmacia Grandi all’imbocco di via Manzoni, una nella zona dei Francescani) che potevano contenere più di 6.000 persone, ma ciò non impedì che le incursioni aeree anglo-americane causassero complessivamente, fino al 3 maggio 1945, la morte di quasi 400 persone. In quei lunghi mesi, e in particolare tra il febbraio e l’aprile 1945, il centro della vita sociale divenne in città il rifugio antiaereo; come ha osservato Diego Leoni,

«in queste ‘abitazioni primitive’ sotterranee la gente cercò di riorganizzare la propria esistenza; lì si viveva, si nasceva, si moriva; lì si condividevano le paure e le speranze, si celebravano i riti della comunità, fioriva il mercato nero delle merci e delle voci».

In città, neppure di notte si era al sicuro. Un piccolo caccia notturno inglese, chiamato «Pippo» dalla popolazione, batteva in ricognizione i cieli anche nell’oscurità. L’aura misteriosa che lo ammantava è ben condensata nel ricordo di una testimone:

«Ma il Pippo non abbiamo mai saputo che cos’era. Erano più di uno perché li sentivi continuamente, ma non ne sentivi due o tre, sempre e solo uno, faceva paura quando lo sentivi di lontano, ormai avevamo l’orecchio, allora ti prendeva la tensione, poi quando lo sentivi sopra la testa, che il rumore era forte, ti passava la paura. Dava la caccia alle luci o ai fanali delle macchine; il Pippo lo ricordano tutti … E quasi come se fosse più simpatico degli altri bombardieri: infatti la sera lo aspettavamo ormai, era come se fosse un ragazzino che veniva a farti i dispetti. In realtà ce l’avevamo a morte con lui perché ti scuoteva i nervi; era imprendibile e non si era mai saputo se era inglese o americano: per me era inglese perché gli americani erano quelli dei bombardieri grossi. Ma direi che faceva più male al fisico il Pippo che i bombardieri perché dava sui nervi. Poi per lui non suonava mai l’allarme, non arrivavano a darlo: ‘Da ‘ndo vègnelo?’ era una cosa inspiegabile». M.C.

Bibliografia

D. Leoni - P. Marchesoni (edd), Le ali maligne, le meridiane di morte. Trento 1943-1945: i bombardamenti, Trento 1995.


Le citazioni sono tratte da D. Leoni, Il senso di un freddo inatteso. La vita in città nel tempo dei bombardamenti, in D. Leoni - P. Marchesoni (edd), Le ali maligne, le meridiane di morte. Trento 1943-1945: i bombardamenti, Trento 1995, pp. 16, 26; A. Menestrina, Sotto le bombe. Diario 1943-1945, a cura di Q. Antonelli, Trento 2005, p. 30.

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