20. Le leggi razziali e il destino degli ebrei in Trentino

Nella seconda metà degli anni Trenta la politica fascista andò assumendo, non solo a causa del progressivo avvicinamento alla Germania nazionalsocialista, coloriture sempre più marcatamente razziste. A distanza di alcune settimane dalla pubblicazione del Manifesto della razza redatto sotto l’egida del Ministero della Cultura popolare e firmato da un nutrito gruppo di studiosi fascisti, il regime mussoliniano promulgò tra il settembre e il novembre 1938 una serie di provvedimenti legislativi con lo scopo di rigenerare la coscienza nazionale e salvaguardare la presunta purezza della stirpe italiana. Del tutto infondata sul piano scientifico, la legislazione razziale fascista colpì in particolare gli ebrei, che furono estromessi dalle funzioni pubbliche e dall’esercizio delle professioni civili. Agli israeliti, identificati su basi biologico-razziali e non religiose, fu tra le altre cose vietato di frequentare scuole pubbliche, di contrarre matrimoni misti e di prendere parte a qualsiasi forma di vita associativa.

Per schedare gli ebrei presenti nel paese fu organizzato nell’agosto del 1938 un censimento, il quale portò all’individuazione di 989 ebrei nella Venezia Tridentina: 938 residenti in Alto Adige, 51 in Trentino. Nella provincia sudtirolese la maggior parte degli ebrei faceva parte della comunità israelitica di Merano, cresciuta considerevolmente a cavallo tra Otto- e Novecento grazie alla significativa affermazione turistica della città di cura, meta privilegiata della borghesia ebraica mitteleuropea. In Trentino la maggior concentrazione di ebrei si segnalava ad Arco, Levico, Trento, Riva del Garda, Moena; si trattava in buona parte di ebrei stranieri, mentre gli israeliti di nazionalità italiana risultavano poco numerosi.

La presenza ebraica nelle due province era cresciuta sensibilmente verso la metà degli anni Trenta a seguito della massiccia emigrazione degli ebrei tedeschi, oggetto delle crescenti persecuzioni da parte della politica nazista. L’emanazione della legislazione razziale fascista rese però rischioso anche il soggiorno sul suolo italiano. Nel luglio 1939 gli ebrei stranieri residenti in Alto Adige furono costretti ad abbandonare la provincia in 48 ore. Delle 300 persone colpite dall’ordinanza, un centinaio riparò in Trentino.

Con l’entrata in guerra dell’Italia fu predisposto l’arresto e l’internamento degli ebrei stranieri in campi di concentramento sparsi in varie parti del paese. In seguito all’armistizio dell’8 settembre 1943, la situazione nelle zone controllate dai tedeschi precipitò. In Alto Adige 37 ebrei, residenti in gran parte a Merano, furono arrestati e deportati dapprima nel campo di transito di Reichenau, quindi ad Auschwitz. Sopravvissero solo in due: Ferdinand Fechter, liberato a Buchenwald nell’aprile 1945 e Wally Hofmann, a cui fu risparmiata la deportazione per intercessione delle autorità consolari svizzere. In Trentino furono 14 gli ebrei arrestati e deportati. Sopravvissero in due: Mario Castelnuovo, fuggito rocambolescamente nei pressi di Trento dal treno che lo stava conducendo dal campo di transito di Fossoli ad Auschwitz, e Lew Zelikowski, sfuggito alla fucilazione mentre il campo di Auschwitz stava per essere liberato dall’esercito russo.

Il destino di altri ebrei riparati in Trentino fu meno fortunato. Beffardo fu quello di Richard Löwy: ingegnere di origini boeme, si fece apprezzare nel corso del primo conflitto mondiale per l’appoggio fornito alla comunità fassana, al punto da ottenere la cittadinanza onoraria di Moena; tornato in val di Fassa da Vienna per sfuggire alle persecuzioni naziste, fu internato in campi di concentramento dell’Italia meridionale insieme alla moglie Johanna; tornato a Moena, fu arrestato dai tedeschi nel gennaio 1944 e deportato con la moglie e altri due famigliari ad Auschwitz, dove tutti trovarono la morte. Altrettanto significativo il caso dell’arcense Gino Tedeschi, che non assecondò i ripetuti inviti a mettersi in salvo perché, medaglia d’argento nella Prima guerra mondiale, si considerava ancora ufficiale dell’esercito italiano; arrestato nel maggio 1944, fu inviato ad Auschwitz nonostante le intercessioni del commissario Adolfo de Bertolini e del vescovo Carlo de Ferrari. Non fece più ritorno.

Altri ebrei riuscirono a salvarsi grazie all’appoggio coraggioso di qualche trentino. È il caso delle tre sorelle Hirsch e della madre Adele Coen, che trovarono rifugio nel convento delle suore francescane missionarie a Sacco di Rovereto, o della famiglia di Augusto Rovighi, rifugiatasi a Cloz da Bolzano e nascosta dal parroco don Guido Bortolameotti, con la complicità della perpetua, in una stanza della canonica per 18 mesi. M.C.

Bibliografia

C. Villani, Ebrei fra leggi razziste e deportazioni nelle province di Bolzano, Trento e Belluno, Trento 1997; B. Primerano, Ernesta Bittanti e le leggi razziali del 1938, Trento 2011; D. Leoni (ed), Il Trentino, i trentini nella seconda guerra mondiale, 1939-1945, II: Il diradarsi dell’oscurità, Mori 2010.

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