2. L'irredentismo

Corrente di opinione diffusa in varie parti d’Europa nel secondo Ottocento, l’irredentismo si caratterizzò in Italia come movimento di rivendicazione dei territori asburgici del Tirolo italiano (Trentino) e della provincia adriatica (Venezia Giulia) rimasti esclusi dal processo di unificazione italiana.

Prese forma all’indomani del 1866, quando fu chiaro che una modifica dei confini politici tra Regno d’Italia e Impero asburgico sarebbe stata possibile solo a costo di strappi diplomatici o avventurose esperienze belliche. Cresciuto negli ultimi due decenni del XIX secolo in seno al pensiero risorgimentale democratico di marca mazziniana e garibaldina, nel corso dell’età giolittiana l’irredentismo assunse una connotazione più spiccatamente nazionalista, abbandonando l’originale venatura democratica in favore di un acceso militarismo. Fu dunque un’ideologia che nel corso degli anni mostrò anime differenti e conobbe significative evoluzioni.

La natura poliedrica dell’irredentismo è ben distinguibile anche nel caso trentino, dove a prevalere furono gli orientamenti di estrazione democratica, incarnati da alcuni esponenti della politica liberale (come il patriota di salde idee mazziniane Scipione Salvotti, figlio del consigliere dell’imperatore d’Austria protagonista della repressione delle cospirazioni anti-austriache degli anni Venti) e del nascente movimento socialista di Cesare Battisti. Risultarono invece minoritari gli eccessi alimentati dall’ala nazionalista. Quest’ultima, animata da una violenta pregiudiziale anti-tedesca e capeggiata da Ettore Tolomei, si avvicinò per asprezza alle forme dell’irredentismo nazionalista giuliano.

Come accadde in territorio italiano, anche in Trentino le spinte irredentiste trovarono nei ceti medi e colti dei centri urbani, così come nel mondo studentesco, i propri privilegiati bacini di reclutamento. Ebbe invece meno presa sulla popolazione contadina delle vallate.

Non furono pochi gli studenti trentini che, formatisi in particolare negli istituti scolastici superiori del Trentino meridionale, furono animati da un ‘ribellismo’ patriottico intriso di mazzinianesimo che li spinse a intrattenere rapporti con i più attivi centri dell’agitazione nazionale, favoriti in ciò da soggiorni di studio nelle università italiane. Lo stesso associazionismo nazionale trentino (dalla Lega Nazionale alla Società degli Alpinisti Trentini) contribuì a tenere alta la tensione irredentista difendendo l’italianità delle valli dagli attacchi del pangermanismo.

Sul territorio italiano le forze irredentiste trentine si coagularono intorno al Circolo Trentino di Milano, fondato nel 1879 su iniziativa di alcuni trentini esuli impegnati nella lotta nazionale. Altri importanti centri di irradiazione irredentistica furono in Italia le associazioni nazionali come la Dante Alighieri o la Trento e Trieste, sorte dopo la stipula della Triplice Alleanza e finalizzate alla difesa del patrimonio culturale nazionale.

Anche nei primi anni del Novecento la variante trentina dell’irredentismo continuò a segnalarsi per toni meno accesi e aggressivi rispetto a quelli promossi dal movimento giuliano. Come ha scritto Maria Garbari, «la via dell’irredentismo, in questa terra, aveva un tracciato proprio che non escludeva incroci con il nazionalismo, ma non prevedeva nemmeno la confluenza in un unico alveo».

In occasione dello scoppio del primo conflitto mondiale la battaglia irredentista vestì i panni dell’interventismo, intuendo che l’esperienza bellica poteva condurre all’annessione delle terre trentine e giuliane al Regno d’Italia: la ‘patria sognata’ poteva essere conquistata sul campo di battaglia e molti irredentisti trentini – Battisti su tutti – si spesero per l’ingresso in guerra dell’Italia. Il ribellismo e il vitalismo tipici dell’irredentismo degli anni Dieci trovarono in altre parole nella guerra un’occasione privilegiata per dare concretezza ai disegni di completamento del processo di unificazione nazionale. Lo testimonia la scelta delle centinaia di volontari trentini che, sfidando le accuse di alto tradimento e la confisca dei propri beni, scelsero di combattere con la divisa italiana tra le fila del Regio Esercito. Il destino di alcuni di loro (Cesare Battisti, Damiano Chiesa, Fabio Filzi), catturati e giustiziati per attività sovversiva dall’esercito austro-ungarico, sarebbe entrato a far parte a pieno titolo della mitologia nazionale. M.C.

Bibliografia

M. Nequirito, La questione dell’autonomia trentina entro la Monarchia asburgica: aspirazioni inattuabili e occasioni mancate, in M. Garbari - A. Leonardi (edd), L’età contemporanea 1803-1918 (Storia del Trentino, V), Bologna 2003, pp. 165-192; S. Benvenuti, L’autonomia trentina al Landtag di Innsbruck e al Reichsrat di Vienna - Proposte e progetti 1848-1914, Trento 1978; C. Battisti, Il Trentino. Cenni geografici, storici, economici, Novara 1917.

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