29. Dalle comunità rurali ai comuni

Come abbiamo mostrato, nel corso del tardo Settecento le comunità rurali trentine attraversano un periodo di crisi profonda; oppresse dal carico fiscale vescovile e asburgico, lacerate da conflitti intestini – spesso ormai le elezioni a regolàno vanno deserte –, le istituzioni comunitarie stentano ad assolvere i propri compiti (s 24). Di questo disordine ha già approfittato il governo di Giuseppe II, limitando in maniera piuttosto decisa le libertà amministrative e di gestione delle risorse collettive spettanti ai villaggi rurali. Nonostante le incertezze imposte dalle vicende belliche, i provvedimenti giuseppini segnano una strada dalla quale non si tornerà più indietro.

Già nel corso del primo dominio austriaco, tra 1803 e 1805, quando il principato ecclesiastico è incorporato nella contea del Tirolo, il Gubernium di Innsbruck vieta le «regole» generali, vale a dire le assemblee collettive durante le quali i capofamiglia sono chiamati a esprimere il loro parere su tutto ciò che riguarda le prerogative comunitarie. Estromessi dal territorio gli austriaci dopo la pace di Pressburg (Bratislava, dicembre 1805), i nuovi signori del Tirolo proseguono, approfondendolo, lo stesso indirizzo legislativo. Il re di Baviera Massimiliano Giuseppe da principio ordina di limitare fortemente le riunioni dei comuni rurali, che potevano avvenire solo in rare occasioni e sotto la sorveglianza dei giudici distrettuali (s 28). Finché, nel 1807, con un decreto il governo bavarese abolisce del tutto e per sempre le «regole» di ogni tipo (sia generali, sia ristrette), proibendo al contempo che le antiche assemblee di villaggio esercitino la giurisdizione economica entro i loro confini.

All’interno di una concezione del potere statale fortemente guidata dal centro, com’è quella di tutti i regimi filo-napoleonici, le «regole» contadine sono giudicate, alla lettera, «anomale e incompatibili» con l’organizzazione degli uffici statali.

Gli spazi di autogoverno delle periferie vengono dunque ristretti all’osso; ma c’è un salto di qualità che distingue le misure bavaresi. Gli austriaci, tra Sette- e Ottocento, avevano limitato i meccanismi di funzionamento delle «regole», senza però scalfire il contesto giurisdizionale esterno, che era rimasto intatto, solo svuotato di poteri. Ora, invece, dopo l’istituzione dei Giudizi distrettuali bavaresi, formati accorpando le vecchie comunità di villaggio in unità amministrative più grandi e meno numerose, il paesaggio istituzionale muta radicalmente.

Si tratta di una semplificazione molto decisa, che rappresenta una rottura evidente con il passato austriaco. Da un lato, infatti, essa cancella dalla carta politica moltissimi piccoli comuni ridisegnando l’aspetto amministrativo del territorio. Le precedenti circa 200 giurisdizioni (Gerichte) tirolesi e trentine vengono ridotte a soli 24 grandi «Giudizi distrettuali», i quali esercitano un’opera di sorveglianza sulle Giurisdizioni patrimoniali (Patrimonialgerichte) tenute in feudo dalla nobiltà. Non è la sola novità. Con l’entrata in vigore della Costituzione del 1808 cambiano gli stessi requisiti che determinano l’appartenenza a una comunità. Mentre fino a quel momento essere membro di una comunità era subordinato alla residenza e al parere favorevole dell’assemblea dei «vicini», ora tutto diventa più semplice ed immediato. Membro di un comune è chi risiede in essa e paga una tassa calcolata in base al possesso di terre o di un’abitazione.

Sono provvedimenti che scardinano dall’interno le residue possibilità d’autonomia comunitaria. È facile intuirlo dal momento che, secondo le norme in vigore, tutte le comunità devono essere divise in «comuni rurali», borghi o città con meno di 5.000 abitanti, e borghi o città con più di 5.000 abitanti. E questa tripartizione, oltre a rendere più visibili le gerarchie amministrative tra villaggi, borghi o città, ha il fine di subordinare i comuni ai dicasteri superiori: dai più piccoli ai più grandi, i comuni sono guidati adesso da magistrati la cui nomina dipende sempre dal placet della burocrazia bavarese.

La legge comunale bavarese non fece in tempo ad essere applicata capillarmente a causa della rivolta hoferiana, ma ispirò le norme introdotte quando il Trentino e parte dell’odierno Alto Adige furono annessi al Regno d’Italia napoleonico, nel 1810. Di fatto, con l’istituzione del Dipartimento dell’Alto Adige, la riforma dei comuni continua a tenere banco. Le prime commissioni spedite da Milano elaborano un piano di drastico ridimensionamento del numero di comuni del Dipartimento, che passano da oltre 400 a soli 121 nel gennaio 1811; dopo di che, i commissari propongono di sostituire i Giudizi distrettuali bavaresi con venti «Giudicature di pace», organi giudiziari di prima istanza che garantiscono un facile e veloce ricorso alla giustizia per i sudditi.

Tutte queste proposte vengono accolte e messe in pratica tempestivamente. Già nel settembre 1811 il prefetto di Trento Alessandro Agucchi (massimo delegato del potere centrale) dialoga con una trama amministrativa semplicissima: abolite le giurisdizioni feudali, soppressi gli enti ecclesiastici, ha di fronte a sé un numero ridotto di comuni rurali e cittadini. È vero che il numero delle amministrazioni comunali tornerà a crescere in Trentino con il ritorno degli austriaci; ma neanche il Gubernium di Innsbruck concepirà quelle diramazioni periferiche come tante, piccole cellule di libertà. Erano solo gli ultimi anelli di una catena burocratica tenuta ben ferma dal centro: comuni, appunto, non più comunità. M.B.

Bibliografia

M. Nequirito, Le carte di regola delle comunità trentine: introduzione storica e repertorio bibliografico, Mantova 1988.

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