30. «Che mi burli, o Bonaparte?». Versi e cronache della Rivoluzione

In una notte dell’autunno 1792, sui muri degli edifici di Riva del Garda vennero affissi ben visibili dei manifesti. Vi si leggevano rime sferzanti contro l’aristocrazia locale che mirava a imporre il nome del nuovo podestà vescovile. Con una punta di radicalità giacobina, i versi esprimevano le aspettative create dall’avanzata delle armate repubblicane in esponenti di gruppi sociali che non avevano accesso alla vita politica cittadina. La recente conquista della Savoia (autunno 1792) alimentava l’auspicio che anche Riva, se non il territorio tutto, venisse presto assoggettata alla Francia e fosse applicato finalmente il principio egualitario:

«Alegri, o borghesi,

ché s’avizina i Francesi!

Avé visto i Savoiardi?

Non vuolemo esser bastardi;

[ma] se viene l’uguaglianza

‘ste paruche maledette

le faremo tutte in fette.

Avé capì,

becchi fotù?

Volemo comandar anche nù!».

Considerare le satire e i componimenti di carattere politico solo dal punto di vista letterario (frutto di una letteratura decisamente minore, s’intende) sarebbe riduttivo. La storiografia più avvertita ci ha invece mostrato come i versi rappresentino una modalità molto diffusa e antica per comunicare pubblicamente contenuti di natura politica. E infatti i manifesti di Riva del Garda sollecitarono un’inchiesta da parte dell’ufficiale cesareo ai Confini d’Italia, Sigismondo Moll, che tentò invano di individuare i responsabili. Quei versi appiccicati sugli edifici contenevano veri e propri motivi di propaganda a favore del nemico e comunicavano messaggi politici sovversivi. Per questa ragione l’ufficiale tirolese imbastirà un’inquisizione nel territorio che formalmente era sotto giurisdizione vescovile. Il controllo e la repressione di atti e posizioni filo-francesi da parte delle autorità austriache è severo; ma anche a Trento, nel 1794, Francesco Vigilio Barbacovi, nelle vesti di cancelliere aulico, ordina di sorvegliare la città e di incarcerare chi sia sospettato di simpatie giacobine. Nello stesso anno, un gruppo di giovani trentini, studenti universitari a Innsbruck, subirà il carcere e un processo per congiura giacobina: tra loro Francesco Filos da Mezzolombardo, che in età matura descriverà questi avvenimenti nelle sue Memorie.

Dobbiamo chiederci, in ogni caso, quale sia l’obiettivo che con i versi si intende raggiungere: fare propaganda e cercare di creare un consenso favorevole all’una o all’altra posizione? Oppure esprimere semplicemente la propria opinione, come oggi si potrebbe fare scrivendo su un muro o in un blog o in un forum? Solo la contestualizzazione dei componimenti offre indicazioni in questo senso. Quale che sia lo scopo, i versi segnalano gli umori di una parte almeno della popolazione. Gli eventi di portata davvero epocale spingono a prendere posizione e innescano tensioni e contrasti tra schieramenti divisi per interessi e inclinazioni. Le notizie che giungono dalla Francia sono vissute da posizioni e con sentimenti contrapposti.

Quando poi le sconfitte dell’Austria consentono ai francesi un’avanzata vittoriosa, nel 1796, i timori crescono. Il 13 giugno 1796, un proclama del generale Napoleone Buonaparte, raccomanda ai «bravi Tirolesi», «abitanti semplici e virtuosi delle montagne», di accogliere le sue truppe senza ostilità; in cambio offre «fratellanza ed amicizia»; ma, in caso di resistenza armata, promette reazioni «terribili come il fuoco del cielo» e di «abbruciare le case e devastare i territori». All’indomani del proclama, già circolava una lunga poesia contro il «corsicano fanfarone ». L’anonimo autore trentino vi riassume i principî e i valori che sente gravemente minacciati e fa leva sulla nomea di irreligiosi e di anarchici sovversivi affibbiata ai soldati francesi:

«Che mi burli, o Bonaparte?

Come mai nelle tue carte

di ciò scrivere hai la faccia?

Una guerra che minaccia

Religione e proprietà:

una guerra che ci toglie,

nel prometter libertà

e che libero alle voglie

più proterve il freno dà,

che autorizza ribellione,

che al buon ordine si oppone,

che virtù, fede, ragione

calpestando ovunque va …».

Atri versi se la prenderanno con i componenti della milizia urbana, introdotta dai consoli di Trento nell’aprile 1801, durante la reggenza capitolare, su sollecitazione del governo uscente francese, al fine di «conservare la tranquillità pubblica ed il buon ordine nella città». Sotto il nome di «gran guardia della milizia», la nuova istituzione sembra riscuotere un certo successo di adesioni, benché il servizio fosse di per sé obbligatorio. Nella cronaca di Bernardino Girardi di Pietrapiana, che nel 1796 era stato console e quindi vicepretore, leggiamo che tra le guardie i più furono pronti a sostenere «la spesa di farsi vestire a proprio costo». Le guardie trentine di allora, con le loro uniformi, i pennacchi, le coccarde e i guanti alla francese, sono immortalate nella tela commissionata da uno dei capitani, il conte Gasparo Bortolazzi. Il decano Manci, con sarcasmo, la definisce «comica armata». In effetti, non tutti sono favorevoli all’erezione della milizia. Una gustosa poesia in dialetto, fatta circolare nelle vie di Trento, sbeffeggia quanti hanno accettato di prestare la loro opera nelle neonate compagnie:

«Oh allochi! Oh capi storni bei e boni,

oh simiotti petegoi de’ Trentini! Cosa fe maj?

Che idee, che fini

con quella vossa guardia dai cojoni!

Mo’ no vedè, mo’ no capì, buffoni,

che la figura fè de buratini?

E con quelle zanai de bertoldini

che fe rider per Dio anche i capponi?

Enancor non sé persuasi dei francesi? …».

Per i sudditi del principato vescovile di Trento la Rivoluzione non è tanto quella che si consuma all’ombra della Bastiglia nel luglio del 1789, ma i mutamenti che innescano le armate francesi quando entrano nella capitale, alle 8 del mattino del 5 settembre 1796. È, quello, un «giorno memorabile, da cui ebbero origine e principio i cambiamenti delle sorti e della condizione del Trentino», ricorda Gianangelo Ducati, all’epoca uno dei cancellieri presso la corte vescovile.

Questi avvenimenti stimolano la produzione non solo di componimenti estemporanei, ma di veri e propri diari, stesi per affidare alla memoria anni sentiti come cruciali. I testi trentini noti sono attualmente cinquanta: ne sono autori laici ed ecclesiastici residenti sia nelle città sia nei centri minori. Quasi tutti prendono avvio dal 1796 e continuano almeno fino al 1803. Ducati inizia dall’«aurora del giorno 5 settembre 1796»; Andrea Salvetti, console di Trento in quell’anno, apre la sua Cronaca il 14 maggio 1796, con la sconfitta degli austriaci in Liguria; il barone Giovanni Battista Todeschi si concentra su «ciò che successe di rimarcabile nella città di Roveredo dal mese di maggio 1796 al mese di maggio 1798»; analogamente, comincia dal 1796 anche il farmacista di Caldonazzo Giovanni Battista Graziadei, di aperte simpatie filo-napoleoniche.

Nelle memorie di più lungo periodo, gli anni che scorrono tra l’arrivo di Bonaparte (1796) e la secolarizzazione del principato vescovile (1803) guadagnano un gran numero di pagine. Il già citato decano Manci, principe dei memorialisti trentini del Settecento, stende quattro volumi di cronache, in cui gli eventi minuti del quotidiano e i pettegolezzi si intersecano con le note politiche e militari lungo un arco di tempo molto ampio (1756-1803): anche nei suoi Diari e negli Annali l’attenzione massima va appunto agli eventi dal 1796 al 1803, di cui scrive pressoché in tempo reale, non senza difficoltà, avvertendo il lettore che «tanto rapide furon le calamità e le angustie che si succedevan senza intervallo l’una all’altra, che mi riuscì impossibile conservar esatezza ed ordine».

Diari e cronache sono fonti a forte tasso di soggettività, per nulla occultata da chi scrive: le notizie riferite sono il frutto di una selezione, consapevole o meno, condizionata dalla visione del mondo e dalla sensibilità degli autori. Per Manci il 1803 segna anche l’interruzione dei diari a cui si era dedicato quasi quotidianamente per quarant’anni e più. Resa definitiva la soppressione del principato vescovile di Trento, e davanti a un’epoca, la sua, che «volgeva all’assoluto suo fine», il decano risolve di «troncar il filo di questa storia». Per altri, invece, molto più giovani del canonico che aveva affrontato Bonaparte nel settembre 1796, con il 1803 si aprivano nuove e più allettanti prospettive. È il caso di Francesco Filos, nato nel 1772. S.L.

Bibliografia

M. Stenico, ‘In un soffio svanì il Principato di Trento’. Gli eventi del 1796-1803 nelle cronache dei memorialisti trentini dell’epoca, in S. Groff - R. Pancheri - R. Taiani (edd), Trento Anno Domini 1803. Le invasioni napoleoniche e la caduta del Principato Vescovile, Catalogo della mostra, Trento 2003, pp. 59-82; A. Carlini - C. Lunelli (edd), I giorni tramandati. Diari trentini dal Cinquecento all’Ottocento, Trento 1988; S.A. Manci, Diario, a cura di M. Stenico, 3 voll., Trento 2004-2005; M. Garbari, Francesco Filos (1772-1864). Dalla vita come avventura alla quiete degli studi, in M. Bonazza (ed), I buoni ingegni della patria: l’Accademia, la cultura e la città nelle biografie di alcuni Agiati tra Settecento e Novecento (Memorie dell’Accademia roveretana degli Agiati, II, VI), Rovereto 2002, pp. 133-163.

Le citazioni sone tratte da A. Carlini, Cannoni, tamburi e canzoni: guerra e musica a Trento nell’età della Rivoluzione, in S. Groff - R. Pancheri - R. Taiani (edd), Trento Anno Domini 1803, p. 102.

* Autorizz. Soprintendenza per i Beni Storico-artistici, Fototeca del Centro di Catalogazione del patrimonio storico, artistico e popolare, PAT, foto Flavio Faganello, e foto Remo Michelotti.

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