31. Andreas Hofer e l'insurrezione antinapoleonica del 1809 in Trentino

Dopo la secolarizzazione del principato ecclesiastico (1803) e un biennio di dominio austriaco (1803-1805), i territori vescovili vengono annessi al Regno di Baviera alleato dell’Impero napoleonico. Subito l’azione di governo voluta dalla corte di Monaco si allinea a un progetto di riforme coerente e radicale. Le prime misure toccano il sistema finanziario, ma poi da lì avvolgono a spirale tutto il comparto dell’amministrazione statale (foreste, dazi, servizio postale, signorie feudali), comunale e religiosa. L’obiettivo è quello di uniformare il più possibile le province tirolesi e trentine a quelle già governate nelle terre della dinastia bavarese: un mix di misure tratte dal vecchio assolutismo illuminato settecentesco e dal più moderno accentramento amministrativo di taglio napoleonico si abbatte a ritmi forzati sulla regione.Il modello politico bavarese poco a poco scatena una serie di reazioni contrarie, che prendono la strada della resistenza violenta quando, nel 1808, re Massimiliano Giuseppe decide di applicare la nuova legge sulla coscrizione militare obbligatoria. La rivolta ha un immediato prologo trentino, nella val di Fiemme, che insorge nel marzo del 1809 contro la leva coatta; ma le proteste appaiono da subito più accese nel Tirolo di lingua tedesca. Qui, infatti, il malumore nei confronti dei bavaresi contagia rapidamente le milizie locali degli Schützen, compagnie reclutate fra gli abitanti maschi dei villaggi tirolesi e ideologicamente fedeli alla dinastia asburgica; proprio loro preparano il terreno all’invasione austriaca del Tirolo, che segna l’inizio della guerra della «Quinta coalizione» contro l’Impero napoleonico.Ben presto la rivolta dilaga verso sud. Nel giro di poche settimane si ribellano le valli di Fiemme e Fassa, di Non e Sole e i distretti della Valsugana, al punto che le autorità bavaresi sono costrette a sgomberare il capoluogo trentino fuggendo precipitosamente a Verona. Fra il 20 e il 23 aprile, le giubbe bianche dei regolari austriaci e le compagnie contadine guidate abilmente da Andreas Hofer – un oste e commerciante di bestiame della val Passiria, di personalità complessa e non riconducibile ai clichés che spesso gli sono stati cuciti addosso – entrano vittoriose a Trento, una volta sbaragliata ogni resistenza degli sparuti distaccamenti franco-bavaresi.La rivolta tirolese ha conosciuto un successo travolgente, ma non è tutto merito dell’astuzia tattica di Hofer; essa si colloca, infatti, nel contesto di altre insurrezioni coeve – le cosiddette «insorgenze» in Spagna, in Calabria, nella Germania meridionale – che impegnano duramente i napoleonici e li tengono lontani, per il momento, dal teatro tirolese: solo tenendo presente questa fase di crisi durissima per l’Impero francese si comprende il trionfo militare dei ribelli trentino-tirolesi. E in ogni caso, sia nei distretti di lingua tedesca che in quelli di lingua italiana, decisivo per gli esiti degli scontri è il sostegno offerto alle compagnie contadine dall’aristocrazia rurale. Nelle valli di Non e di Sole, da dove vengono le bande più organizzate e combattive, tra i capitani delle compagnie troviamo alcuni dei più influenti nobili locali: i conti Arsio e Spaur, i baroni Cles, piccoli e medi nobili come de Betta, de Campi, Visintainer e Torresani. Anche nella val di Ledro e nella contea del Primiero a soffiare sul fuoco dell’insurrezione sono alcuni aristocratici del posto. Questa saldatura tra una parte dei vecchi ceti dirigenti (indispettiti per gli attacchi bavaresi ai loro privilegi feudali) e le milizie contadine è sotto tutti i punti di vista un elemento di forza della rivolta; ma essa nasconde anche un fattore di debolezza, che è facile cogliere se volgiamo per un attimo il nostro sguardo a ciò che accade nelle città.In quegli stessi mesi, un esponente del patriziato trentino, Girolamo Graziadei, tutt’altro che favorevole alle autorità francobavaresi, commenta così la discesa delle milizie contadine nella valle dell’Adige:«Questi contadini che da tutte le parti si erano levati in massa, obbligati dai paesani tedeschi, che prima di tutto si sono portati nelle Valli di Annone e di Sole, e dopo aver colla forza organizzate le masse di quei paesi, queste poi si portarono negli altri villaggi, e li obbligarono a solevarsi dando da per tutto campane a martello, e dove si ricusava, gettarono a terra le porte delle chiese e dei campanili».E con una punta quasi di disprezzo descrive poco dopo nelle sue Memorie l’ingresso in città dei contadini tirolesi:«È indicibile la confusione e l’orrore che incuteva questa gente disperata ed ubbriaca, sempre disposta a qualunque eccesso, il che fece vegliare la notte più d’uno per essere pronti alla difesa delle proprie case».Sono testimonianze preziose, che ci avvisano della frattura tra due universi sociali. Da una parte le campagne ostili alle novità generate dal dominio napoleonico e fiancheggiatrici della rivolta; dall’altra il mondo delle città, che pur senza troppe simpatie bavaresi assiste sgomento all’insurrezione del 1809. Ora, che questa opzione sia più evidente nei distretti di lingua italiana è nell’ordine delle cose: manca in Trentino, unito solo da qualche anno al nesso imperiale, una vera e propria tradizione di fedeltà dinastica agli Asburgo; il senso di appartenenza all’idea di un’antica Heimat regionale, così radicato per converso nel Tirolo tedesco, coinvolge alcuni distretti rurali ma agisce in modo più tiepido in altri e, specie dentro le città, non ha molti fautori. A Trento e Rovereto, una buona fetta di cittadini, in genere uomini della borghesia professionale, i cosiddetti «notabili», ha approfittato del nuovo regime per occupare posti di responsabilità nell’apparato di governo; parrebbe, inoltre, che il nuovo regime fiscale sia molto più favorevole alle città e al Tirolo italiano in generale rispetto alle vecchie steore tirolesi.È difficile, in quei frangenti così confusi, dividere campagne filo-asburgiche da città filo-napoleoniche. A fronte di città poco inclini all’amicizia con i ribelli – è il caso di Trento – ve ne sono altre, Bolzano ad esempio, più sollecite a finanziare, di nascosto, le truppe hoferiane. Quel che è certo, tuttavia, è che con il passare delle settimane anche il sostegno degli ambienti urbani viene meno.Il momento di svolta si ha con l’armistizio di Znaim (12 luglio 1809), quando gli austriaci, sconfitti a Wagram, abbandonano il Tirolo e Hofer decide, nonostante tutto, di proseguire la battaglia antinapoleonica. Adesso la rivolta diviene a tutti gli effetti ‘solo’ una rivolta popolare, osteggiata dalla stessa diplomazia austriaca. Cresce contemporaneamente anche la paura dei ricchi cittadini e dei nobili, intimoriti dall’eventualità che l’insurrezione minacci i loro privilegi. Lo spauracchio di un tumulto sociale induce le amministrazioni comunali di Trento, Rovereto, Riva del Garda e Arco a ripristinare i corpi della milizia civica, istituiti nel 1807 dai bavaresi, per proteggere le loro proprietà dalle scorrerie degli insorti. Non per nulla nelle Memorie di Graziadei quelli che in una prima fase venivano definiti «massa paesana» o «patrioti» divengono, dopo Znaim, dei «briganti», etichettati cioè come criminali o banditi di strada contro i quali il patrizio di Trento invita ad impiegare la repressione più dura. Così, l’opposizione armata alle compagnie contadine, che nel frattempo si sbandano sotto i colpi dei corpi regolari franco-italiani, coinvolge anche i centri urbani tirolesi (Bolzano, Bressanone, Brunico) che abbandonano ogni solidarietà verso gli insorti.Tra l’autunno e l’inverno del 1809 la restaurazione napoleonica è conclusa. Comincia invece la storia ‘pubblica’ della rivolta, che già pochi anni dopo la fucilazione di Hofer (Mantova, 20 febbraio 1810) assurge a mito fondativo della Heimat tirolese. Da lì in avanti l’insurrezione guidata dall’oste della val Passiria è presentata come la lotta coraggiosa dei contadini tirolesi decisi a difendere le proprie consuetudini contro la cattiva modernità imposta da nemici stranieri. Una rivolta legittimista, cattolica ed etnicamente solo tedesca (gli Schützen italiani sparivano, di fatto) era ciò che serviva ai ceti dirigenti tirolesi ottocenteschi per combattere la loro battaglia contro il centralismo di Vienna e le rivendicazioni nazionali dei tirolesi italiani. La creazione del mito hoferiano («eroe della Patria tirolese») servì allo scopo. E la rivolta del 1809 fu raccontata come in fondo non era mai avvenuta. M.B.

Bibliografia

A. Oberhofer, Andreas Hofer (1767-1810): dalle fonti alla storia, Trento 2010. La citazione è tratta da G. Graziadei, Memorie storiche, ossia Cronaca della città e del vescovato di Trento dal 1776 al1824 (in realtà 1829), ms 73 della Biblioteca comunale di Trento.

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