32. Medici, ciarlatani, vaccinatori. La salute pubblica tra Sette- e Ottocento

 Nel corso del Settecento le teorie politiche più accreditate collegano la potenza di uno Stato al dato demografico: il numero degli abitanti è direttamente proporzionale alla «felicità delle nazioni». Tale assioma impone un nuovo compito allo Stato: tutelare la «prosperità fisica della nazione», ossia la salute dei sudditi. La salute pubblica entra nell’agenda delle riforme, ispira trattati politici e medici, impone interventi radicali per preservare e incrementare i tassi demografici. Guarire e prevenire sono le parole d’ordine: si apre una nuova fase della storia sociale e della medicina, quella della medicalizzazione.

Da dove si inizia? Dalla professionalità del medico, prima di tutto: le riforme igienicosanitarie vanno di pari passo con le modifiche dei corsi delle Facoltà di Medicina, ma anche con la lotta serrata contro terapeuti di dubbia affidabilità, incontrollati venditori di intrugli, conciaossa capaci e incapaci e ciarlatani veri e propri che operano in un contesto in cui alla propria guarigione si provvede perlopiù da sé. Anche le infermerie di conventi e monasteri non sono viste di buon occhio dallo Stato, sebbene in molti casi i frati infermieri godano di un’autorevolezza superiore a quella dei medici laureati. Alla nuova sensibilità non resta estranea l’area trentina: dagli anni Quaranta del Settecento proclami vescovili e consolari prendono di mira gli «abusi nell’esercizio delle professioni mediche», come si legge, per esempio, in un editto del febbraio 1743, rivolto in particolare alle valli di Non e di Sole, dove si riscontravano – più che altrove? – illeciti di varia natura. Anche le «levatrici», le ostetriche di paese, vengono sottoposte a maggiori controlli. Seguono i requisiti per poter esercitare la professione medica, tra i quali è ora prioritario il titolo universitario. E nel 1761 si metterà mano a un programma di estensione della rete ‘farmaceutica’: per incoraggiare gli «speziali» (i farmacisti) ad aprire bottega nelle periferie, il principe vescovo Francesco Alberti d’Enno impone alle comunità di concedere a loro e alle loro famiglie i diritti di vicinato.

Sarebbe però sbagliato pensare che in precedenza non vi fosse attenzione rispetto all’ambito medico: in verità, anche gli statuti di Trento, validi in tutto il principato, impongono dei vincoli all’attività dei medici e prevedono un’ispezione annuale alle «spezierie». L’amministrazione cittadina, poi, contempla un Ufficio della Sanità, che svolge un ruolo di primo piano in particolare nel gestire epidemie particolarmente devastanti come quelle di peste (s 14). Cambiano ora, però, l’intensità e la qualità dei provvedimenti, esito di un progetto politico-sanitario di più ampia portata. Le nuove preoccupazioni per la salute pubblica si estendono anche al tema delle sepolture, di pubblico dominio in tutt’Europa: a Trento si valuta l’opportunità di ridurre a uno i quattro cimiteri disposti attorno alle chiese, secondo la tipica collocazione medievale. Ci si pone anche un dilemma dalle mille implicazioni, se cioè siano da proibire le tumulazioni nelle tombe e nelle cappelle di famiglia disseminate nelle chiese cittadine. Nel 1793, infine, si arriverà, come già altrove, ad allontanare le sepolture extra moenia, costruendo un cimitero fuori dalle mura urbane e rimuovendo gli altri. L’editto napoleonico di Saint-Cloud (1804) sancirà in maniera definitiva il trasferimento delle sepolture all’esterno dei centri abitati. Gli ufficiali bavaresi provvederanno a far applicare le nuove normative anche in Trentino: a Trento, ad esempio, i frati di San Bernardino dovranno rinunciare alla tradizione secolare di inumare i confratelli all’interno del convento, mentre il cimitero cittadino sarà collocato nei pressi del palazzo delle Albere, costituendo il nucleo originario del cimitero attuale.

Le iniziative interne al principato vescovile seguono le direttive di politica sanitaria del governo di Maria Teresa. Nel gennaio 1770, in tutti i territori sotto giurisdizione asburgica, dunque anche nel Circolo ai Confini d’Italia, entra in vigore la Sanitätshauptnormativ. Il medico diventa funzionario statale, stipendiato dal governo e responsabile della «polizia medica». È perciò chiamato ad applicare le norme emanate dallo Stato, tra cui quelle relative alla vaccinazione contro il vaiolo, che incontrerà robuste resistenze nella popolazione sia quando viene imposta dal governo austriaco, nel 1804, sia quando viene ripresa dai governi bavarese e italico, nel 1807 e 1811. Vale la pena ricordare che a sostegno delle vaccinazioni saranno coinvolti anche i parroci, perché dai pulpiti convincano la popolazione diffidente della bontà della pratica.

La formazione del personale sanitario è accompagnata da una nuova attenzione alle strutture. Quali? In effetti, di un sistema sanitario-ospedaliero per l’area trentina non si può parlare se non a partire dai primi decenni dell’Ottocento. Gli ‘ospedali’ sono infatti, fino a quel momento, ricovero per indigenti e pellegrini, e non luoghi specifici per i malati bisognosi di terapie; sono ospedali-ospizi di impronta medievale, del tutto estranei a una concezione moderna. La tipologia è la stessa anche nei centri più popolati, Trento e Rovereto: un paio di sale, distinte per sesso, con qualche letto in grado di ospitare un numero bassissimo di individui – una decina, venti al più; a gestirli sono le associazioni caritative fondate secoli prima. Sono strutture del tutto inadeguate, che non sopravviveranno alla razionalizzazione sanitaria in atto. Dai governi teresiano e giuseppino a quelli austriaco, bavarese, italico, le priorità sono per tutti le stesse: chiudere i vecchi ospedali-ospizi; incamerarne i beni per costruire nuove strutture, adibite alla cura dei malati; affidare i pazienti a personale qualificato e controllato. Per esigenze mediche specifiche si progettano istituti appositi: cliniche per le partorienti, ospedali psichiatrici, strutture per isolare i contagiosi, brefotrofi per gli orfani e bambini abbandonati. Nello stesso tempo, si opera una scissione definitiva tra le strutture caritative e quelle terapeutiche. Si tratta di un passaggio cruciale, che investe anche la gestione del fenomeno del pauperismo. Se la malattia è frutto della miseria, come si ritiene, non resta che assistere i poveri ‘veri’ e costringere al lavoro quanti fanno della mendicità un comodo mestiere. Il governo giuseppino apre una vera «caccia ai vagabondi» – così negli avvisi cesarei degli anni Settanta – e impone anche in Tirolo «ispezioni generali del Paese» per stanare i mendicanti oziosi. Anche il principe vescovo di Trento è sollecitato a collaborare, ma Cristoforo Sizzo fa sapere di non poter procedere con la sistematicità richiesta e attuata dagli ufficiali di Sua Maestà. Spetta poi alle comunità «mantenere li veri poveri del luogo colà nati, o domiciliati per dieci anni consecutivi » (così in una circolare teresiana del 1772). Alla lunga, la strategia di appoggiarsi alle comunità locali per finanziare le riforme finirà per inceppare la macchina statale. In ogni caso, si era definitivamente affermato il principio che la salute della popolazione e la sanità pubblica erano materia da affidare agli apparati dello Stato. S.L.

 

 

Bibliografia

R. Taiani, Il governo dell’esistenza. Organizzazione sanitaria e tutela della salute pubblica in Trentino nella prima metà del XIX secolo (Annali dell’Istituto storico italo-germanico in Trento. Monografie, 24), Bologna 1995; M. Garbellotti - R. Taiani, Il talismano della pubblica felicità. Tutela sanitaria e luoghi di carità in Europa e in Trentino nel XVIII secolo (Quadri e riquadri, 5), Trento 2003; M. Garbellotti, Carità e assistenza tra continuità e riforme, in M. Bellabarba - G. Olmi (edd), L’età moderna (Storia del Trentino, IV), Bologna 2002, pp. 377-396; M. Nequirito, «L’epoca d’ogni cangiamento »: storia e documenti trentini del periodo, Trento 2004.

* Autorizz. Soprintendenza per i Beni Storico-artistici, Fototeca del Centro di Catalogazione del patrimonio storico, artistico e popolare, PAT, foto Flavio Faganello.

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