3. Lungo le piste dei cacciatori nelle praterie alpine

Nel 1971 la scoperta lungo le sponde dei laghi di Colbricon (passo Rolle), a circa 1.960 m di quota, di manufatti in selce riferibili a cacciatori del Mesolitico ha dato avvio a ricerche sistematiche condotte nell’area montana da parte del Museo Tridentino di Scienze Naturali, con risultati scientifici di grande rilievo. Da Colbricon al passo di Lavazè, Pampeago, Pordoi, Plan de Frea in val Gardena, fino ai siti delle Maddalene in valle di Non, per citare solo alcune delle località regionali più note, ammontano a oltre duecento i siti riconosciuti.

Durante il Mesolitico la riduzione degli spazi aperti delle praterie alpine, dovuta alla risalita dei limiti forestali, determinò evidentemente una contrazione e l’innalzamento delle aree di caccia verso le quali si presume si siano inoltrati stagionalmente gruppi di cacciatori provenienti da siti residenziali di fondovalle. A questo modello di mobilità, definito come «nomadismo verticale», circoscritto alle vallate e catene montuose alpine, si è aggiunto quello del «nomadismo circolare» che ipotizza una mobilità estiva di gruppi disseminati su un’area più vasta, estesa fra la pianura e i monti. I siti di alta quota sono in genere localizzati in corrispondenza di grandi massi erratici che con le loro pareti aggettanti offrivano riparo (come nel caso di Plan della Frea), oppure all’aperto nelle vicinanze di piccoli specchi lacustri (è il caso di Colbricon, del lago delle Buse nella catena del Lagorai) oppure ancora, su creste e passi in posizione panoramica (come Cresta di Siusi).

Un caso singolare è rappresentato dalla cosiddetta Grotta di Ernesto che prende il nome dal suo scopritore, un giovane ragazzo che per primo si inoltrò nella cavità carsica riaperta da mezzi di sbancamento. La grotta, lunga 65 m, è localizzata a 1.165 m s.l.m. sul fianco destro della Valsugana sopra Primolano, ai limiti della piana della Marcesina nell’altopiano dei Sette Comuni. Al suo interno sono state individuate tracce eccezionalmente ben conservate di focolare, manufatti in selce e resti ossei degli animali cacciati: stambecco e cervo. L’analisi delle caratteristiche dei manufatti in selce e della loro distribuzione ha indotto a riconoscere funzioni differenziate nei siti montani, distinti fra campi base con destinazione residenziale e campi da caccia, ubicati in genere in punti di avvistamento delle prede, spesso in prossimità di luoghi panoramici o di abbeveramento degli animali.

A Colbricon, sulla base delle percentuali dei diversi tipi di manufatti si è riscontrata una complessa articolazione di «punti sito». Nell’accampamento base sono state distinte, oltre a un focolare, attività di scarnificazione e concia delle pelli, officine litiche dove si svolgevano le fasi principali della scheggiatura della selce e officine specializzate. L’abbandono graduale della frequentazione dei territori montani a scopo di caccia si pone verso gli inizi del periodo Atlantico, in relazione a mutamenti climatico-ambientali. F.M.

Bibliografia

A. Cusina to et al., Il versante meridionale delle Alpi durante il Tardiglaciale e l’Olocene antico: mobilità, sfruttamento delle risorse e modalità insediative degli ultimi cacciatori-raccoglitori, in «Preistoria Alpina», 39, 2003, pp. 129-142; S. Grimaldi, Un tentativo di definire un modello di territorio e mobilità per i cacciatori raccoglitori sauveterriani dell’Italia nord-orientale, in «Preistoria Alpina», 41, 2005, pp. 73-88; M. Peresani, Introduzione. Il popolamento delle Alpi orientali italiane nel Tardoglaciale: ambiente, sistemi insediativi, strategie di sussistenza dei cacciatori-raccoglitori, in M. Peresani (ed), Marmotte e cacciatori del Paleolitico a Pradis (Pagine dell’ecomuseo 1), Pordenone, 2008, pp. 17-29.

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