5. Gli «oggetti d'arte» di Riparo Gaban

Sulle pendici occidentali del monte Calisio, nei pressi di Martignano in località Piazzina, sopra Trento, un riparo sottoroccia affacciato su di una piccola valle ha ripetutamente offerto ricovero all’uomo nel corso di millenni, fra il Mesolitico Antico e l’età del Bronzo. È il Riparo detto Gaban, dal soprannome della famiglia Pasquali affittuaria del fondo. In uno scenario molto suggestivo, nel sito si conserva una potente stratigrafia che documenta intense fasi di occupazione, alternate a periodi di abbandono. Riparo Gaban è assurto a grande notorietà nel mondo scientifico non solo per questa ragione e perché ha dato il nome all’aspetto regionale del Neolitico Antico, ma anche per il ritrovamento eccezionale di una serie di «oggetti d’arte» che per quantità e varietà non trova paragoni.

Questo genere di manufatti, che non mostrano finalità utilitaristiche nell’ambito della vita quotidiana, appartengono al mondo complesso delle credenze magicoreligiose, della spiritualità e dell’immaginario dove si intrecciano miti, leggende, esseri e figure reali o fantastici, valori e codici di comunicazione condivisi. Le composizioni decorative e i soggetti iconografici racchiudono messaggi simbolici i cui significati più profondi si possono solo ipotizzare. Gli oggetti d’arte del Gaban si riferiscono sia al Mesolitico, sia al Primo Neolitico e comprendono soggetti a figura umana, animale e motivi geometrici. Nella fase più antica si colloca una figura femminile realizzata in bassorilievo su corno di cervo, secondo moduli naturalistici. La forma allungata del capo e le rotondità di ventre, seni e gambe, che probabilmente alludono alla maternità e fertilità, si ricollegano in modo evidente alla tradizione figurativa delle cosiddette «veneri», ampiamente documentata nel Paleolitico. Alla tradizione decorativa dello stesso periodo rimanda una spatola in osso, ricavata da un corno di cervo che reca motivi geometrici incisi.

Più ricco ed eterogeneo è il repertorio degli oggetti d’arte qui rinvenuti, ascritti al Primo Neolitico (4.900-4.700 a.C.). Si tratta di una piccola figura femminile stilizzata lavorata su placca ossea, una figurina femminile ottenuta con la lavorazione di un molare inferiore di cinghiale, un manico realizzato con un omero di cinghiale decorato con motivi geometrici e con una figura antropomorfa con braccia allargate nell’atteggiamento dell’orante, del muso di un cervide ricavato dal calcagno di un cervide, un pesce su placchetta ossea (si è supposto fosse un rombo sonoro), un segmento di femore umano che reca incisi motivi geometrici, un volto umano e infine un ciottolo antropomorfo falliforme. La figura femminile su placca reca tracce di ocra rossa, colore probabilmente simbolicamente connesso al sangue, alla vita e alla rigenerazione. La «venere» presenta incisioni che raffigurano un collare con pendaglio a semiluna, una probabile cintura, un motivo alberiforme e la vulva evidenziata anche nell’ampia concavità della figura su dente di cinghiale. L’associazione del motivo alberiforme e della vulva ha fatto ipotizzare una simbologia legata alla rinascita vegetale, a partire dal grembo materno. All’epoca della scoperta la straordinarietà del ritrovamento e l’assenza di esatti confronti ha destato in qualche studioso perplessità che non hanno trovato tuttavia conferme negli studi specialistici sull’arte preistorica e in analisi condotte recentemente sulle tracce di lavorazione. F.M.

Segmento di femore umano decorato con motivi geometrici e volto umano, provenien

Bibliografia

A. Pedrotti, Il riparo Gaban (Trento) e la neolitizzazione della valle dell’Adige, in V. Kruta - L. Kruta Poppi - L. Milani - E. Magni (edd), Antenate di Venere 27.000 - 4000 a.C., Milano 2009, pp. 38-47.

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