30. La resistenza delle pololazioni alpine

Il grande piano augusteo di espansione verso le regioni transalpine, Germania e Gallia innanzitutto, rendeva indispensabile la piena agibilità dei valichi alpini, che erano però controllati da gruppi di varia etnia, stanziati su entrambi i versanti dei passi, per i quali proprio il controllo del traffico umano e commerciale sui percorsi di valico costituiva una risorsa importante. Esemplare è il caso dei Salassi i quali, occupando l’odierna Valle d’Aosta e parte del Piemonte nord-occidentale, controllavano l’accesso al Grande e al Piccolo San Bernardo (t VII ). Ne parla Appiano, uno storico di lingua greca del II secolo d.C.:

«Ma soprattutto procurarono fastidi a Ottaviano i Salassi … abitano le sommità delle Alpi, monti di difficile accesso che presentano una sola via di transito, stretta e per giunta malagevole; per questi motivi erano ancor autonomi e pretendevano pedaggi da chi passava per il loro paese».

Ai Salassi, così come ad altre popolazioni determinate a difendere la propria indipendenza, il senato di Roma doveva rivolgersi formalmente come ad altrettanti stati esteri: gli emissari romani presentavano rimostranze per torti subiti (che, veri o presunti, servivano a qualificare un futuro eventuale conflitto come bellum iustum, ‘guerra legittima’) e avanzavano una serie di richieste ultimative, spesso semplicemente di resa spontanea e incondizionata. In caso di rifiuto, seguivano la dichiarazione formale di guerra e l’apertura delle ostilità. Dall’andamento del conflitto, che per la disparità delle forze in campo era inevitabilmente destinato a concludersi con la vittoria romana, dipendevano le condizioni imposte agli sconfitti, che venivano trattati tanto più duramente quanto più tenace e impegnativa era stata la loro resistenza. I Salassi mal sopportavano la presenza romana sul loro territorio e vi si opponevano in vari modi; il geografo Strabone (60 a.C. - 24 d.C. circa) racconta così il crescendo degli incidenti che portarono alla campagna militare del 25 a.C. e al loro definitivo soggiogamento:

«Dopo la conquista dei Romani, i Salassi furono spossessati delle miniere aurifere e del proprio territorio, ma occupando le cime dei monti vendevano l’acqua ai publicani [gli appaltatori] che sfruttavano le miniere d’oro; ed erano costantemente in contrasto con loro a causa della cupidigia dei publicani … Fino a tempi recentissimi, ora guerreggiando, ora sospendendo le ostilità, hanno mantenuto una posizione di forza, e arrecato molti danni esercitando il brigantaggio nei confronti di quanti passavano attraverso i loro monti: anche a Decimo Bruto in fuga da Modena [43 a.C.] imposero il pedaggio di una dracma per ogni soldato, e Messala che svernava nelle loro vicinanze [34 a.C.] dovette comprare la legna da ardere, e il legno d’olmo per le frecce e per le armi da esercitazione. Una volta costoro rubarono anche il denaro di Cesare [Augusto: fra il 33 e il 25 a.C.], e fecero cadere massi sulle truppe, con la scusa di costruire strade e gettare ponti. In seguito però Augusto li sottomise definitivamente e li vendette tutti come preda di guerra dopo averli portati a Ivrea, colonia dei Romani, che l’avevano fondata con l’intenzione di farne un bastione contro i Salassi; ma gli abitanti poterono opporre ben scarsa resistenza, finché quella popolazione non fu annientata».

Lo stesso Strabone attesta che le accuse già rivolte ai Salassi, di esercitare il brigantaggio e di attentare alla sicurezza, vennero in seguito estese – con l’aggravante delle atrocità commesse ai danni degli abitanti del versante italiano – anche alle popolazioni di etnia retica contro le quali fu scatenata la grande offensiva del 16-15 a.C.:

«Tutti costoro [le popolazioni retiche] compivano continue scorrerie sia nelle regioni d’Italia a loro prossime sia nel paese degli Elvezi, dei Sequani, dei Boi e dei Germani … Tale era la ferocia di questi briganti nei confronti degli Italici che, si dice, dopo aver preso un villaggio o una città non soltanto facevano strage degli uomini in giovane età, ma arrivavano a eliminare anche i bimbi maschi, né si arrestavano a quel punto, uccidendo pure tutte le donne incinte di cui gli indovini predicevano che avrebbero partorito dei maschi».

Il motivo propagandistico della ferocia dei Reti, indispensabile a legittimare la guerra contro di loro, sarà ripreso dallo storico greco Dione Cassio, vissuto fra il II e il III secolo d.C.:

«I Reti, stanziati a metà fra il Norico e la Gallia, verso le Alpi Tridentine che dànno sull’Italia, facevano scorrerie in parecchie regioni della Gallia a loro limitrofe, e compivano azioni di saccheggio anche in Italia; inoltre, recavano danno ai Romani e agli alleati di costoro che percorrevano il loro territorio. Questi comportamenti potevano sembrare normali per popoli che non erano vincolati da trattati; ma essi in più uccidevano tutti i maschi che avevano preso prigionieri, non solo quelli già venuti al mondo ma anche quelli che ancora erano nel ventre delle donne, scoprendone il sesso in base a dei vaticinii». E.M.

Bibliografia

Appiano, Storia illirica, 17; Strabone, Geografia, IV, 6, 7, e IV, 6, 8; Cassio Dione, Storia romana, LIV, 22, 1-2; G. Sergi - D. Tuniz (edd), Valle d’Aosta porta del Giubileo, Roma 1999.

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