45. Soldati e mercanti

Se le valli dell’odierno Trentino fornirono per secoli soldati agli eserciti imperiali, anche negli immediati dintorni del capoluogo l’arruolamento fu scelto come alternativa a condizioni sociali ed economiche che per molti erano evidentemente poco soddisfacenti. Lo attestano alcune iscrizioni funerarie provenienti da Trento e circondario, una delle quali, iscritta su una stele di calcare bianco ora conservata al Museo del Castello del Buonconsiglio, è qui riprodotta:

«Sassio, figlio di Remo, da vivo fece costruire [questo sepolcro] per la moglie Lubia Esdra, figlia di Tura Barbaruta, per Pladia, figlio di Sassio Curisio, e per la moglie Vereconda Fundania, per Marco Curisio Sabino, soldato della Ventunesima Legione Rapace, e per i suoi famigliari».

Il dedicante di quest’iscrizione, che segnalava una tomba di famiglia, porta un nome indigeno, Sassius; anche il nome della moglie, Lubia Esdra, è indigeno, mentre quello del padre della donna (Tura Barbaruta) è di origine veneto-illirica. Sassio riservò la tomba anche alla famiglia del fratello Sassius Curisius, coniugato con Verecunda Fundania.

La coppia aveva due figli: il primo non era in possesso della cittadinanza romana, e portava perciò un nome indigeno, Pladia, ma il secondo sì, perciò portava un nome triplice, Marcus Curisius Sabinus, caratteristico dei cittadini romani di diritto pieno.

Molto probabilmente, costui aveva ottenuto il diritto pieno di cittadinanza all’atto del suo congedo dalla legione dove aveva militato, la XXI «Rapace», che era stanziata sul confine renano-danubiano e raccoglieva molti abitanti delle regioni alpine sottomesse durante le guerre alpine di Augusto (c IV). Il nostro soldato in origine doveva chiamarsi solo Curisius, come il padre, o forse, Marcus Curisius; il terzo nome, Sabinus, potrebbe essere un omaggio agli imperatori della dinastia Flavia, che erano originari della Sabina. All’epoca dei Flavii (69-96 d.C.) la XXI legione operava sul Danubio, dove fu annientata in battaglia nell’89 d.C.; ma Marco Curisio si congedò prima del disastro e, dovendo assumere un terzo nome, ne scelse uno a ricordo della dinastia dell’imperatore che lo aveva fatto cittadino romano.

L’epigrafe è particolarmente significativa perché suggerisce varie considerazioni: Curisio apparteneva a una famiglia indigena priva della cittadinanza romana, dunque non facente parte del gruppo dei Tridentini già cives Romani e perciò probabilmente originaria di zone limitrofe ma non incluse nell’agro municipale; il servizio militare aveva portato un valligiano indigeno a combattere agli ordini dell’imperatore in una provincia lontana e poi ad acquisire come premio la cittadinanza romana; nelle fasi iniziali del processo di romanizzazione la popolazione locale iniziò ad assumere nomi romani e a servirsi del latino, ma lo faceva con qualche incertezza (nella penultima linea del testo latino compare un errore di morfologia, il nominativo miles anziché il dativo militi).

Fra i terreni agricoli di buona qualità concentrati per lo più nella media valle dell’Adige (s 43) non dovevano mancare i vigneti; resta però dubbio se la produzione vinicola fosse consumata interamente a livello locale, o se fosse di quantità tali da consentire una parziale esportazione. Sappiamo che a Trento risiedeva un mercante di vini a noi noto dalla sua iscrizione funebre, trovata a Passavia; tuttavia, la sua ditta aveva sede in città probabilmente non perché trattava prodotti locali, ma per la posizione favorevole rispetto agli itinerari commerciali verso la Germania:

«Agli Dei Mani. A Publio Tenazio Essimno, mercante di vini domiciliato a Giulia Trento, morto a cinquantasette anni. Publio Tenazio Paterno fece costruire [questa tomba] per il padre devotissimo».

La località di rinvenimento dell’epigrafe rivela che il mercante Publio Tenazio Essimno era morto a Passavia mentre vi si trovava per lavoro, in anni collocabili nella prima metà del III secolo d.C. La città (Castra Batava), che nella seconda metà dello stesso III secolo sarebbe stata travolta e distrutta dall’incursione degli Alamanni, era sorta in età flavia (69-96 d.C.) ai limiti orientali della Rezia, sul confine col Norico, come importante centro di acquartieramento delle truppe del limes danubiano. La presenza dei molti soldati là stanziati doveva farne un luogo ideale per lo smercio di grandi quantità di vino che, probabilmente, Publio Tenazio Essimno acquistava per lo più nel Veronese.

L’iscrizione dà però un’altra notizia particolarmente interessante, e cioè che all’epoca Tridentum portava l’appellativo di Iulia, al femminile perché sottintende colonia, un titolo quest’ultimo di cui la città godeva almeno dall’età di Marco Aurelio (s 44). Secondo la più attendibile fra le varie ipotesi che sono state avanzate per spiegarne l’origine, ‘Giulia’ potrebbe derivare dal nome di Giulia Domna, moglie dell’imperatore Settimio Severo (193-211 d.C.), il quale in effetti frequentò a più riprese l’area trentinoaltoatesina, promuovendovi la ristrutturazione delle principali strade su cui transitavano le truppe dirette sul limes. E.M.

Bibliografia

CIL V, 5033 (da Trento); Haider, 21 (da Passavia).

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