11. Fra mito romantico e realtà: l'architettura delle palafitte

Nel V secolo a.C. Erodoto riferisce dell’esistenza sul lago Prasiade, in Macedonia, di un villaggio di capanne erette su pali nell’acqua. Lo storico greco descrive gli impalcati aerei costituiti da tavole saldamente fissate ai pali e segnala aspetti curiosi (V,16): per ogni donna sposata l’uomo era tenuto a piantare tre pali; i bambini venivano legati a una fune per evitare che cadessero in una botola che si apriva sull’acqua; il nutrimento di cavalli e animali da soma avveniva con pesci al posto del fieno, grazie a una pesca talmente abbondante che era sufficiente calare dalla botola una cesta nell’acqua perché si riempisse.L’idea che nei laghi alpini fossero sorti villaggi sull’acqua si impose però molto più tardi, quando nel rigido inverno fra il 1853-1854 l’abbassamento di livello di laghi svizzeri lasciò affiorare «campi di pali», peraltro segnalati già in documenti scritti del XV secolo. Il presidente della Società degli Antiquari di Zurigo, Ferdinand Keller, osservando la presenza di contenitori in ceramica e altri manufatti fra i pali del sito di Obermeilen, nel lago di Zurigo, fu il primo a interpretare questi resti come fondazioni di capanne e definì gli insediamenti con il termine di Phalbauten, reso in francese e in italiano con «palafitte». Punti di riferimento per questa ipotesi ricostruttiva erano offerti dall’etnografia, dall’illustrazione di palafitte dovute all’opera dell’ufficiale francese Jules Sébastien Dumont d’Urville, recatosi nell’Asia sud-orientale a bordo della corvetta Astrolabio. Strette corrispondenze si colgono infatti fra un’immagine ricostruttiva delle palafitte proposta da Keller e la struttura di capanne del villaggio di Kouaoui, in Nuova Guinea dove, peraltro, le costruzioni sono sostenute da singole piattaforme e non da un unico tavolato, come proponeva Keller. Le teorie di quest’ultimo si affermarono rapidamente, dando impulso a ricerche anche nel versante meridionale delle Alpi e a quello che è stato definito il «mito romantico delle palafitte».La ricostruzione della vita negli antichi villaggi lacustri fu resa infatti in forme idealizzate, con inclinazioni celebrative, come mostra una serie di dipinti del XIX secolo. In questa visione traspare una componente ideologica: nella costruzione dell’identità nazionale svizzera gli abitanti delle palafitte vennero infatti considerati come ‘epici’ progenitori di stirpe celtica. Il fenomeno si inquadra nel contesto della ricerca di radici e miti fondanti che nell’Ottocento accompagnò la definizione dei nuovi assetti nazionali.Alle ipotesi ricostruttive di Keller si aggiunsero nel tempo nuovi modelli interpretativi che scandirono l’evoluzione del pensiero scientifico. Negli anni Venti del Novecento Hans Reinerth sostenne che i villaggi non fossero eretti entro l’alveo del lago, ma solo sulle sponde dove potevano essere raggiunti dall’acqua alta. Negli anni Quaranta dello stesso secolo Oscar Paret definì romantica l’idea di Keller, escludendo l’esistenza delle palafitte. Questa opinione fu seguita negli anni Cinquanta da Emil Vogt che riteneva che gli insediamenti sorgessero solo sulle sponde. Un contributo decisivo per risolvere l’acceso dibattito, che ebbe risvolti nazionalistici, è stato offerto negli anni Settanta del Novecento dalle ricerche interdisciplinari condotte a Fiavé. Nel sito trentino è stata infatti accertata l’esistenza contemporanea di costruzioni che si adattavano all’ambiente naturale, con impalcati aerei sia entro l’alveo dell’antico lago, sia sulle sponde in terreno «anfibio» e capanne all’asciutto con pavimentazioni a livello del suolo. F.M. 

Bibliografia

F. Menotti, Living on the Lake in Prehistoric Europe. 150 Years of Lake-dwelling Research, London - New York 2004; A. Hafner - P.J. Suter, 150 ans d’archéologie subaquatique, in «Découvertes. 1984-2004», 2004; degli stessi autori, Sites lacustres ou sites littoraux?, ibidem.

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