16. Minatori e metallurgici: i forni del Redebus

Nelle fasi conclusive dell’età del Bronzo, fra il 1.300-1.000 a.C., i giacimenti minerari di rame del Trentino sud-orientale furono soggetti a uno sfruttamento talmente intensivo che la Valsugana si configura come una fra le più importanti aree di rifornimento di rame, destinato a soddisfare la domanda non solo delle comunità locali, ma anche di quelle stanziate nelle vicine aree di pianura. Una grande densità di siti con cumuli di scorie di fusione, esito dei processi di riduzione del minerale di rame attraverso l’utilizzo di forni, si localizza infatti dalla zona di Piné alla val dei Mocheni, da Pergine Valsugana al Tesino e, sul versante opposto, a Cinque Valli, sugli altopiani di Lavarone e Luserna, dove peraltro mancano giacimenti di rame. La fitta presenza di questi depositi di scorie in quota, al di sopra degli 800-1.000 m, indica chiaramente un aumento della domanda di metallo con uno spostamento del baricentro delle attività fusorie dal fondovalle, in prossimità degli abitati, alle aree montane, nelle vicinanze dei giacimenti. Le aree fusorie risultano in genere dislocate in prossimità di risorse idriche, utilizzate nel corso dei processi produttivi. Se si esclude la discarica mineraria di Vetriolo, dove sono emerse macine per triturare il minerale o scorie di fusione, non si dispone di informazioni di dettaglio relative alle tecniche estrattive. La prosecuzione dello sfruttamento dei giacimenti in epoca storica ha infatti cancellato le tracce di lavoro più antiche. Nelle fasi conclusive dell’età del Bronzo furono coltivati esclusivamente giacimenti polimetallici (calcopirite, pirite, arsenopirite, pirotina, sfalerite, galena argentifera, magnetite), dato che gli altri tipi di giacimenti cupriferi (come quelli carbonatici) risultano meno diffusi e di modesta entità e quindi poco redditizi rispetto all’impegno richiesto dal lavoro estrattivo.

Un’idea della complessità e intensità del lavoro fusorio è restituita dalla scoperta eccezionale di nove forni fusori in batteria e di un’imponente discarica di scorie in località Acqua Fredda a 1.445 m s.l.m., nei pressi del passo del Redebus che mette in comunicazione l’altopiano di Piné con l’alta valle dei Mocheni. I forni, utilizzati in fasi successive, corrispondono a fosse o vani quadrangolari ricavati in batteria entro una struttura in muratura a secco. Resti lignei e buche portati alla luce di fronte ai forni fanno pensare all’esistenza di strutture di ricovero per gli addetti al lavoro. Nelle adiacenze dei forni, su un’estesa superficie di circa 2.200 m2, è stata individuata un’enorme discarica di scorie, valutata approssimativamente fra le 800 e le 1.000 t. A fronte di questa straordinaria documentazione, che comprende pure resti di canalizzazione per convogliare le acque, di recipienti in ceramica, macinelli e incudinelle, utilizzati per macinare il minerale e le scorie, sussistono opinioni discordanti circa le diverse fasi operative. Le maestranze dovevano essere altamente specializzate, in considerazione delle conoscenze sofisticate richieste dalla complessità del lavoro che, data l’altitudine, si poteva svolgere solo stagionalmente. Si può pensare che la pastorizia rappresentasse una riserva alimentare mobile, in grado di garantire l’autosufficienza dei gruppi impegnati in quota nelle diverse fasi di attività, dalla prospezione ed estrazione mineraria, alla preparazione del combustibile – carbone di legna – fino al controllo dei processi fusori. F.M.

Bibliografia

J. Cierny, Prähistorische Kupferproduktion in den südlichen Alpen, Region Trentino Orientale (Veröffentlichungen aus dem Deutschen Bergbau-Museum Bochum, 163), Bochum 2008; F. Marzatico, La metallurgia nel versante meridionale dell’area alpina centro-orientale: spunti di riflessione, in A. Aspes (ed), I bronzi del Garda. Valorizzazione delle collezioni del Museo Civico di Storia Naturale di Verona, in «Memorie del Museo Civico di Storia Naturale di Verona - Scienze dell’Uomo», 11, 2011, sez. II, pp. 2-25.

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