37. La «Tabula Clesiana»

Nel 1869, durante gli scavi per la costruzione dei nuovi edifici scolastici di Cles, in val di Non, fu rinvenuta una lastra di bronzo di circa 50 x 38 cm, provvista ai quattro angoli di fori circolari per i chiodi che ne consentivano l’affissione, e recante una lunga iscrizione latina, che è non solo la più importante fra quelle trovate in tutta la regione, ma anche uno dei documenti di epigrafia giuridica più interessanti in assoluto fra quelli pervenutici a tutt’oggi.

La lettura del testo, che fu immediatamente sottoposto all’attenzione del grande Theodor Mommsen, il più celebre studioso dell’epoca, ne rivelò infatti la straordinaria importanza: si trattava di un editto emesso dall’imperatore Claudio il 15 marzo dell’anno 46 d.C., e inciso nel bronzo con l’accuratezza e la precisione richieste da un documento ufficiale, affidato perciò a un’officina altamente specializzata. Gli editti erano infatti decisioni prese dall’imperatore per risolvere dei casi concreti a lui sottoposti e comunicate agli interessati, per i quali avevano valore normativo.

Ma quale era il motivo per cui l’editto di Claudio era stato esposto proprio a Cles, nella località detta Campi Neri? Perché parte delle decisioni prese dall’imperatore riguardavano gli Anauni e altri due gruppi etnici stanziati anch’essi o nella stessa val di Non o in altre valli minori limitrofe, e a Cles sorgeva uno dei santuari più antichi e frequentati della regione (c III ), come rivela anche il toponimo ‘Campi Neri’, che deriva dal colore scuro dato al terreno dai resti dei roghi votivi là accesi nel corso dei secoli. L’editto era dunque stato affisso in un luogo di culto di grande affluenza, dove poteva avere la massima visibilità per tutti gli interessati. La tavola è ora conservata a Trento, dove dopo un recente e accurato restauro è esposta al Museo del Castello del Buonconsiglio.

«Durante il consolato di Marco Giunio Silano e Quinto Sulpicio Camerino, alle idi di marzo, a Baia, nel pretorio, fu affisso l’editto di Tiberio Claudio Cesare Augusto Germanico che è trascritto qui sotto.

Tiberio Claudio Cesare Augusto Germanico, pontefice massimo, durante la sua sesta potestà tribunizia, dopo la sua undicesima acclamazione a imperatore, padre della patria, console designato per la quarta volta, dice: poiché, fra le antiche controversie in corso già dai tempi di mio zio Tiberio Cesare, per dirimere le quali – a mia memoria, solo quelle che esistevano fra i Comensi e i Bergalei – egli aveva inviato Pinario Apollinare, e poiché costui, in un primo tempo per l’ostinata assenza di mio zio, in seguito anche sotto il principato di Gaio, trascurò – non certo da sciocco – di produrre una relazione su quanto non gli veniva richiesto; e poiché successivamente Camurio Statuto notificò a me che i terreni e le foreste sono per la maggior parte di mia personale proprietà: ho inviato sul posto Giulio Planta, mio amico e compagno, il quale, convocati i miei procuratori – sia quelli che stavano in altra regione, sia quelli in zona – con la massima precisione condusse l’indagine e istruì la questione; per tutte le altre questioni, delego a lui di dirimere e di decidere, secondo le soluzioni a me prospettate nella relazione da lui prodotta. Per quanto riguarda la condizione degli Anauni, dei Sinduni e dei Tulliassi, una parte dei quali si dice che il denunciante abbia scoperto essere attribuita ai Tridentini, una parte nemmeno attribuita, anche se mi rendo conto che questa categoria di persone non fonda la cittadinanza romana su un’origine sufficientemente assodata, tuttavia, poiché si dice che ne siano stati in possesso per lungo periodo d’uso, e che si siano talmente fusi con i Tridentini da non poterne essere separati senza grave danno per lo splendido municipio, permetto che per mia concessione essi continuino a stare nella condizione giuridica che ritenevano di avere, e tanto più perché parecchi della loro condizione si dice prestino servizio perfino nel mio pretorio, e che alcuni addirittura siano stati ufficiali della truppa, e che certuni inseriti nelle decurie a Roma vi facciano i giudici. Accordo loro tale beneficio, con la conseguenza che qualunque negozio abbiano concluso o qualunque azione giudiziaria abbiano intrapreso come se fossero stati cittadini romani, o fra di loro o con i Tridentini o con altri, ordino che sia ratificato; e i nomi da cittadini romani che avevano preso in precedenza, concedo loro di mantenerli».

Il testo qui riportato in traduzione può essere precisamente datato al 15 marzo dell’anno 46 d.C. perché vi sono indicati la coppia dei consoli in carica quell’anno, il giorno del mese (in marzo le idi erano appunto il quindicesimo giorno) e la titolatura di Claudio, il cui nome completo era Tiberio Claudio Cesare Augusto Germanico e che risulta rivestire per la sesta volta le prerogative dei tribuni, cioè essere nel suo sesto anno di regno (era salito al trono nel 41). Con questo editto, che venne emesso a Baia, una rinomata località del golfo di Napoli dove evidentemente in quel momento l’imperatore soggiornava, vengono affrontate e risolte due diverse questioni, accomunate dall’essere entrambe sorte in ambito alpino, ma sostanzialmente e giuridicamente molto diverse.

La prima riguarda il possesso di terreni coltivabili (agri) e di aree a bosco o a pascolo (saltus) localizzabili fra le montagne a nord di Como e contesi fra due comunità i cui territori confinavano: appunto, i Comenses – cioè i Comaschi – e i Bergalei – abitanti dell’odierna val Bregaglia. Il testo rivela che la controversia risaliva ai tempi di Tiberio, imperatore dal 14 al 37 d.C. e zio di Claudio, il quale aveva inviato in zona un suo funzionario, Pinario Apollinare, con l’incarico di assumere tutte le informazioni sul caso. Tuttavia, la relazione ufficiale sulla questione non era mai stata fatta, perché nessuno l’aveva richiesta (Tiberio, come Claudio ricorda, era sempre assente da Roma, e il suo successore Gaio Caligola se ne era disinteressato). Il contenzioso si era trascinato negli anni.

Claudio invece aveva ripreso in mano il caso alla luce delle nuove informazioni che gli erano giunte da parte di Camurio Statuto (probabilmente, uno dei procuratori che tutelavano gli interessi dell’imperatore): i terreni per il possesso dei quali Comenses e Bergalei litigavano da decenni non erano né degli uni né degli altri, bensì dell’imperatore! Si trattava cioè di suoli appartenenti non allo Stato romano, bensì all’imperatore personalmente: la proprietà imperiale era largamente diffusa sia in Italia sia nelle province. Evidentemente, Camurio Statuto aveva potuto controllare una documentazione accessibile per lui, ma non per gli abitanti della zona. Di conseguenza, Claudio aveva inviato sul posto Giulio Planta, un altro funzionario al suo servizio, con lo scopo di istruire la causa fiscale (dopo aver consultato i vari procuratori imperiali), e gli aveva delegato la decisione finale sia della controversia fra Comenses e Bergalei, sia di altre simili, su cui il testo non si sofferma, che evidentemente erano ancora aperte.

Più delicata si prospettava la seconda questione: poiché riguardava la condizione giuridica di un gruppo di abitanti delle valli tridentine, l’unica autorità competente a decidere era l’imperatore, e infatti Claudio se ne occupa in prima persona. La situazione era la seguente: gli Anauni, i Sinduni e i Tulliasses (insediati sicuramente nella val di Non, forse anche in vallate minori limitrofe) non godevano della cittadinanza romana di diritto pieno, quella di cui i residenti nel centro urbano e nell’agro di Tridentum erano in possesso da vari decenni, da quando cioè era stato istituito il loro municipium.

Gli abitanti delle valli erano invece adtributi, cioè annessi, a Tridentum, con diritti inferiori a quelli dei municipes Tridentini; una parte di loro, addirittura, non godeva neppure dell’adtributio, e si trovava pertanto in una condizione giuridicamente ancora inferiore, la stessa degli abitanti delle province. Le conseguenze erano molto gravi: il possesso del diritto romano pieno implicava infatti che anche le norme e le leggi romane valessero esclusivamente per chi a quel diritto era soggetto. Perciò, qualunque azione o negozio compiuto o stipulato secondo le leggi romane da chi cittadino romano non era implicava che quell’azione o negozio non avesse alcuna validità.

Per questo, e dunque per evitare i gravi scompensi sociali ed economici che l’invalidamento dei loro atti avrebbe provocato nelle comunità di appartenenza, Claudio decide per una sanatoria: concede la cittadinanza romana, con effetto retroattivo, ai valligiani che per lungo tempo avevano finto di essere cittadini romani, dotandosi anche di nomi ‘romani’ fittizi (secondo il sistema trinominale), e che come tali si erano comportati e avevano trattato i loro affari.

Evidentemente, in alcune valli del Trentino già nei primi decenni del I secolo d.C. il processo di romanizzazione era talmente avanzato che fra i valligiani – adtributi e non – e i cittadini romani di Tridentum si era oramai operata una completa fusione, a livello familiare, sociale ed economico. Pertanto, distinguere gli uni dagli altri mantenendoli separati giuridicamente sarebbe stato non soltanto impossibile, ma anche dannoso per gli equilibri economici e sociali di un municipium la cui prosperità doveva dipendere in gran parte proprio dai valligiani.

Inoltre, costoro si sentivano – e apparivano – talmente ‘romani’ che alcuni di loro erano riusciti ad arruolarsi nel corpo d’élite dell’esercito, la guardia pretoriana, che ammetteva rigorosamente solo cittadini romani, arrivando in qualche caso a ottenere il rango di ufficiali; altri addirittura erano stati iscritti nei registri da cui si traevano i giurati di alcuni processi (a Roma!), il che implicava il possesso non soltanto della cittadinanza romana, ma anche di un censo minimo notevole.

La Tavola Clesiana costituisce insomma un documento straordinario: la viva voce dell’imperatore ci testimonia che la lunga emarginazione di gruppi etnici fino ad allora geograficamente e culturalmente periferici si era conclusa, e che essi nel 46 d.C. avevano raggiunto la piena integrazione giuridica, sociale ed economica nel mondo romano. E.M.

Bibliografia

CIL V, 5050 = ILS 206.

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