40. Il «sistema» della via «Claudia Augusta»: rami principali e percorsi secondari

Partiti uno dal Po, presso Ostiglia, e l’altro da Altino, sulla laguna veneta, i due rami iniziali della via Claudia Augusta si riunivano a Tridentum, dove giungevano rispettivamente da sud e da est. La città era toccata anche da percorsi pre- e protostorici, diretti alle Giudicarie e al Garda, e di là a Brescia; la porta Brixiana di Trento (c V) conferma appunto che le due città erano collegate sia dal percorso che attraversava la valle dei Laghi, sia via Mori-Nago-Torbole. La rete viaria più antica veniva così a connettersi con la grande arteria interregionale e transalpina che, lasciata la città, si dirigeva verso nord con un unico percorso tenendosi sulla riva sinistra dell’Adige.

A Lavis vi confluiva lateralmente l’antica via che scendeva dalla valle di Cembra e che consentiva i collegamenti con un distretto vallivo che sarebbe altrimenti stato isolato; poco più a nord, all’altezza dell’odierno San Michele, sulla grande strada si immetteva anche la ‘bretella’ che attraversava l’Adige e che, fra Mezzocorona e Mezzolombardo, si congiungeva con l’importante percorso preromano che percorreva l’intera val di Non scendendo fino alla piana Rotaliana.

La strada principale proseguiva raggiungendo Endidae (Egna), dove, all’incirca a metà del percorso fra Tridentum e la piana di Bolzano, sorgeva una mansio, cioè una stazione di sosta composta di vari edifici di servizio (s 38); poi attraversava Castelvetere e, all’altezza di Ora, si connetteva con altri due percorsi laterali. L’uno proveniva dalla val di Fiemme, che veniva così ad avere un collegamento diretto con la viabilità atesina; l’altro, più importante, che divenne una variante frequentatissima attraverso l’Oltradige, a Ora passava sulla riva destra del fiume e arrivava fino a Marlengo, toccando Magré, Cortaccia, Caldaro, Appiano, Andriano, Nalles e Lana.

Lasciata Ora, la strada maggiore giungeva nella piana di Bolzano, dove sorgeva un’altra mansio, denominata Pons Drusi, la cui localizzazione precisa resta incerta. Se, come sembra, la via Claudia Augusta a questo punto passava sulla riva destra dell’Adige, la posizione più opportuna per il «ponte di Druso» che doveva servire ad attraversare il fiume si trovava alla confluenza dell’Isarco nell’Adige, nella zona di Ponte Adige e di Castel Firmiano. Tuttavia, sulla base di vari dati archeologici e toponomastici, oggi si ritiene piuttosto che il ponte e il nucleo originario della mansio si trovassero nella zona dell’odierno Ponte Loreto, non lontano dalla confluenza del Talvera nell’Isarco; qui la strada si biforcava nuovamente, dividendosi in un ramo orientale diretto al Resia e uno occidentale diretto al Brennero.

Da Pons Drusi, il ramo orientale della strada risaliva la val d’Isarco seguendo il corso del fiume lungo la sua riva sinistra fino alla stretta di Prato all’Isarco, dove la presenza di un ponte (di cui resta una spalla) potrebbe indicare che il percorso attraversava l’Isarco per continuare sulla riva destra del fiume. Giunto a Ponte Gardena, lasciava il territorio municipale italiano ed entrava in quello provinciale del Noricum, incontrando la stazione doganale posta presso la statio di Sublavio, località forse identificabile con Laion; proseguiva quindi per Chiusa, Bressanone, Fortezza e Vipiteno, sede di un’altra statio, da dove iniziava l’ascesa al valico del Brennero.

Oltre che dall’Itinerario di Antonino e dalla Tavola di Peutinger (s 39), la strada per il Brennero è documentata anche da un buon numero di cippi miliari rinvenuti in diverse località; furono tutti eretti in un arco di tempo fra il 200 e il 388 d.C., come indicano i nomi dei vari imperatori che li fecero collocare e che sono di solito ricordati sui singoli cippi.

Con il percorso per il Brennero si collegavano varie strade laterali: una arrivava a Vipiteno dal passo del Giovo, dove giungeva partendo dall’odierna Merano e risalendo la val Passiria; un’altra, di origine preromana, saliva dalla piana di Bolzano, percorreva l’altipiano di Renon e scendeva su Colma, offrendo un’alternativa in quota alla stretta di Cardano attraversata dalla via di fondovalle; di questa costituiva una variante d’altura anche l’antico percorso lungo l’altopiano di Fié, che collegava Prato all’Isarco con Ponte Gardena; un altro percorso preromano molto praticato, anch’esso alternativo alla via di fondovalle nel tratto Bressanone-Varna, passava per Elvas e percorreva l’altopiano di Naz.

Le fonti che attestano il passaggio del ramo occidentale della via Claudia Augusta fra la piana di Bolzano e il passo di Resia si riducono di fatto al solo cippo di Rablà fatto apporre dall’imperatore Claudio nel 46-47 d.C. (s 32) (quello rinvenuto recentemente a Oris è mutilo e privo di indicazioni). L’assenza di qualunque documentazione posteriore può indicare che la strada non fu interessata da successivi lavori di ripristino, i quali prevedevano appunto anche la collocazione di nuovi cippi miliari; si pensa perciò che gli interventi di restauro nel III-IV seco- lo si siano concentrati solo sulla strada che passava per il Brennero perché era oramai divenuta più importante e più frequentata rispetto a quella che valicava al Resia (e che infatti non compare né nell’Itinerario di Antonino né nella Tavola di Peutinger).

La ricostruzione del percorso occidentale resta pertanto largamente ipotetico, e si basa essenzialmente sull’interpretazione dei dati archeologici. Nel tratto da Bolzano a Merano esisteva una strada che percorreva la riva sinistra dell’Adige, e che a Merano- Maia Alta attraversava il Passirio con un ponte di cui sono stati scoperti alcuni resti. Non doveva però trattarsi della via Claudia Augusta: questa, valicato l’Adige forse presso Castel Firmiano, restava probabilmente sulla riva destra del fiume fino a Lagundo, località in cui la presenza della spalla di un ponte antico fa ritenere che il percorso riattraversasse il fiume.

Forse proprio all’altezza di Lagundo la strada lasciava il territorio italiano e tridentino per entrare in quello della Raetia; infatti Parcines, dove sorgeva la stazione doganale detta Miensis, doveva già essere in suolo provinciale. La presenza a Parcines del toponimo Tel, che deriverebbe dal latino telonium («posto di riscossione dei dazi»), ha indotto a identificare la località con il sito della statio dove veniva riscosso il dazio sulle merci provenienti dalla Raetia e dirette in Italia, così come nella stazione di Sublavio, anch’essa posta lungo un percorso stradale di valico, su suolo già provinciale ma all’ingresso del territorio municipale tridentino, si pagava il dazio per le merci provenienti dal Noricum. Il nome della stazione doganale di Parcines – Miensis, secondo una recente rilettura che ha corretto il tradizionale Maiensis – ci è noto dall’iscrizione qui riportata:

«In onore della Casa Imperiale, Eteto, liberto dei Nostri Imperatori, responsabile della stazione doganale Miense per la riscossione della Quarantesima delle Gallie, [dedicò] un altare con statua alla Venerata Diana il 13 di agosto, nell’anno del consolato di Presente».

Dal testo apprendiamo che la statio Miensis era uno dei punti di riscossione della tassa del 2,5% a cui erano soggette le merci provenienti dalle province galliche (poi anche da quelle germaniche), e che era diretta da un ex schiavo imperiale, Aetetus. Costui, nel mese di agosto del 217 d.C., anno in cui era console Gaio Bruttio Presente (oppure del 246 d.C., in cui era console il figlio omonimo) eresse e dedicò un altarino e una statua alla dea Diana (ora perdute), in onore della famiglia imperiale. Dopo Parcines, la strada restava sulla riva sinistra del fiume fino al passo di Resia; a Malles, alla congiunzione della val Venosta con la val Monastero, dove dalla via Claudia Augusta aveva inizio il percorso che giungeva a Coira risalendo la val Monastero, sorgeva forse un’altra mansio (s 38). E.M.

Bibliografia

CIL V, 5090 = ILS 1561 = Haider, 23 (da Parcines).

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