41. I nomi indigeni dei valligiani

Le iscrizioni rinvenute in val di Non documentano che l’uso del latino era diffuso, pur se in una fascia ristretta della popolazione, e che veniva usato per epigrafi sia ufficiali, cioè erette a nome della comunità, sia poste da privati. Quando volevano lasciare ricordo di sé affidandolo alla perennità di un’epigrafe – un’operazione comunque costosa e non alla portata di tutti – gli Anauni di età imperiale lo facevano nella lingua di Roma; e, almeno quando dovevano farli incidere sulla pietra, anche i loro nomi personali o i toponimi indigeni venivano trascritti e adattati in forma latina o latinizzante.

«Agli dei e alle dee tutti. Gaio V(alerio) Quadrato pose a nome della comunità, lieto e volentieri, per la salvezza degli abitanti del castello di Vervò».

L’iscrizione riprodotta qui sopra, di cui si riporta il testo tradotto, è incisa su di una lastra di calcare locale rinvenuta a Vervò e ora conservata al Museo Lapidario Maffeiano di Verona. Si tratta di una dedica a tutte le divinità venerate localmente, forse in ringraziamento per uno scampato pericolo; fu posta ‘pubblicamente’, cioè a nome della comunità dei Vervasses, i residenti di un piccolo borgo fortificato (castellum) che in età romana sorgeva in un sito già abitato fra l’età del Bronzo e l’età del Ferro. Il testo rivela che il toponimo odierno della località, Vervò, deriva dal nome dei suoi antichi abitatori, appunto i Vervasses; il nome appare declinato in un genitivo latino, ma la sua radice è sicuramente indigena. La forma delle lettere e le formule usate inducono a datare l’iscrizione all’età imperiale avanzata, fra II e III secolo d.C.

Le iscrizioni della val di Non attestano un’onomastica personale ‘mista’, composta da elementi nominali di evidente matrice indigena e da altri di origine latina, come avviene nell’epigrafe funeraria riportata in traduzione qui sotto; il testo è inciso su di una stele di calcare rosato locale che fu rinvenuta a Sanzeno nel 1981, non lontano dall’abside della basilica dei Martiri Anauniensi, al cui interno è ora conservata:

«Tito Aurelio Moraveso Servano, veterano della Trentesima Legione Ulpia Vittoriosa, assistente del tribuno, [fece fare questa tomba] per sé e per i suoi».

Il nostro personaggio ha quattro nomi, di cui i primi due, Titus Aurelius, sono quelli portati da Antonino Pio, imperatore dal 138 al 161 d.C., sotto il quale egli probabilmente prestò servizio militare, mentre gli altri due, Moravaesus Servano, sono sicuramente nomi indigeni, resi e trascritti in forma latina. Come molti altri Anauni, Moraveso Servano scelse di fare il soldato, arruolandosi in un reggimento di stanza in Germania lungo il confine del Reno, la XXX legione, detta «Ulpia» dal nome dell’imperatore M. Ulpio Traiano che l’aveva istituita, e «Vittoriosa» per i successi riportati nelle guerre daciche (101-106 d.C.); riuscì a diventare assistente di uno degli ufficiali superiori della legione, svolgendo qualche incarico speciale che gli fece ottenere delle ricompense (di qui il titolo di beneficiarius), fra cui il grado di sottufficiale.

Anche nelle valli dell’Alto Garda l’epigrafia rivela che l’onomastica indigena non fu cancellata dalla romanizzazione, ma sopravvisse a lungo, più o meno ‘latinizzata’. Un esempio è fornito dall’iscrizione riportata in traduzione qui sotto, conservata nel battistero della pieve di Vigo Lomaso, dai cui dintorni provengono alcune delle poche epigrafi finora rinvenute nelle valli Giudicarie:

«Claudio Terzo Palariaco e Cornelio Terzo Trigaliano amministratori responsabili della comunità hanno curato il ripristino [di quest’edificio] con denaro pubblico».

I due personaggi, che in veste di amministratori locali della loro comunità (populus) valligiana hanno curato il restauro o il rifacimento a spese pubbliche di un qualche edificio non specificato, portano entrambi nomi tripartiti alla romana; tuttavia mentre i due praenomina (Claudius e Cornelius) e il nomen (Tertius, comune a tutti e due) sono latini, i cognomina (Palariacus e Trigalianus) sono probabilmente coniati su nomi etnici o su toponimi indigeni.

Altri esempi di un’onomastica che sembra segnalare una situazione generale di romanizzazione non compiuta, caratterizzata da una forte persistenza dei tratti culturali tradizionali, sono attestati dalle epigrafi rinvenute a Monte San Martino, fra Tenno e Campi di Riva. Qui sorgeva un importante santuario, dedicato al culto di una divinità indigena dal nome per noi ancora ignoto, che fu intensamente frequentato dal III secolo a.C. fino all’età tardo-antica.

Gli altari e le mense votive che vi sono stati rinvenuti recano iscritti i nomi dei dedicanti, tutti in lettere latine ma per lo più non latini: accanto a parecchi nomi puramente indigeni (Staumus, Vesumius Brittus, Lubiamus, Triumus Ebusus …) ne compaiono alcuni completamente romani (Sextus Laelius Primigenius, Cnaeus Domitius Saturninus, Lucius Quartinius …) e altri ancora ‘misti’ (L. Tinnavius Robia, Q. Medenasius, L. Cullonius Primus). Le iscrizioni, essendo databili in genere entro la fine del I secolo d.C., rivelano che la piena acculturazione delle popolazioni alpine era ancora in fase di attuazione, nonostante i vari decenni trascorsi dal compimento della loro integrazione giuridica e amministrativa. E.M.

Bibliografia

CIL V, 5059 = ILS 6709 (da Vervò); SI VI (An.), 9 (da Sanzeno); CIL V, 5008 = InscrIt X.5, 3, 1103 (da Vigo Lomaso).


* Autorizz. Soprintendenza per i Beni Storico-artistici, Fototeca del Centro di Catalogazione del patrimonio storicoartistico
e popolare, PAT.

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