42. Piccoli e grandi proprietari fra Alto Garda e valle dei Laghi

Le iscrizioni rivelano che, a partire dalla metà del I secolo a.C. fino almeno a tutto il II secolo d.C., nell’intera area a nord del Garda si stabilirono parecchi ex soldati, probabilmente indigeni che si erano arruolati nell’esercito romano e che al termine del servizio avevano fatto ritorno in patria, Il premio del congedo consisteva in una somma di denaro e, per chi ancora non l’aveva, nella concessione della cittadinanza romana:

«Marco Mutellio, figlio di Marco, della tribù Fabia, della Decima Legione, dispose per testamento che [questa tomba] fosse costruita».

«Cassio Ligus, figlio di Lucio, della tribù Fabia, veterano congedato dell’Ottava Legione Augusta, dispose per testamento che [questa tomba] fosse costruita».

«Marco Ulpio Bellico veterano della Trentesima Legione Ulpia Vittoriosa [fece costruire questa tomba] per sé e per i suoi».

La prima iscrizione, che proviene da Riva del Garda, risale agli inizi del I secolo d.C. ed è la più antica delle tre: Marco Mutellio militò infatti nella celebre legione X che aveva combattuto agli ordini di Giulio Cesare e partecipato all’ultima fase della guerra civile (44-31 a.C.). Il nome Marco Mutellio è troppo ‘latino’ per un indigeno: sarà stato preso al momento dell’ottenimento della cittadinanza, che implicava appunto l’assunzione di un nome ‘romano’ e l’iscrizione a uno dei trentacinque settori anagrafici, detti «tribù», in cui erano ripartiti i cittadini romani (quelli del territorio di Brixia erano registrati nella tribù Fabia).

Di poco posteriore è l’iscrizione da Calavino che ricorda Cassio Ligus, il quale al congedo aveva assunto un nome romano solo per metà (Ligus era probabilmente il suo nome indigeno); aveva militato nella legione VIII, a cui Augusto aveva concesso l’onore di chiamarsi «Augusta» (da Augustus) e che nella prima metà del I secolo d.C. era stanziata sulla frontiera del Danubio. Anche il neo-cittadino Cassio Ligus fu iscritto nella tribù dei Bresciani, la Fabia.

Nel II secolo, invece, la diffusione della cittadinanza romana rendeva oramai superfluo ricordare la tribù di appartenenza; questa perciò non viene menzionata nell’iscrizione da Stenico che ricorda Marco Ulpio Bellico, un veterano il cui nome rivela di essere stato costruito artificiosamente in sostituzione di quello d’origine. Marco Ulpio era infatti il nome personale dell’imperatore Traiano (98-117 d.C.), sotto il quale il personaggio aveva militato e ottenuto la cittadinanza, mentre Bellicus – un aggettivo che significa ‘militare, guerresco’ – calzava perfettamente a un soldato della legione istituita da Traiano (e perciò «Ulpia») che aveva meritato l’epiteto di «Vittoriosa» (Victrix) per i successi riportati nelle guerre daciche (101-106 d.C.).

Il servizio militare costituiva dunque un’esperienza che cambiava la vita di un individuo e della sua famiglia: il veterano tornava a casa in condizioni sociali ed economiche molto migliori di quelle di partenza, godendo dello status di civis Romanus e del modesto benessere che il podere acquistato col denaro del congedo poteva offrirgli.

Di dimensioni assai maggiori rispetto alle aziende agricole del Basso Sarca doveva essere la tenuta di cui parla un’iscrizione che proviene dall’area del lago di Toblino e che si trova attualmente murata nel portico d’ingresso del castello:

«Ai Fati e alle Fate. Druino, [schiavo] del console Marco Nonio Arrio Muciano, amministratore delle tenute di Toblino, eresse a sue spese dalle fondamenta un tempietto e per il suo mantenimento offrì duecento sesterzi in occasione della cerimonia di purificazione del podere di Vezzano».

L’iscrizione fu fatta apporre da uno schiavo, o un liberto, di nome Druinus, il quale svolgeva la funzione di actor, cioè di amministratore, dei terreni agricoli di Toblino appartenenti a un importante personaggio di ricca famiglia bresciana, Marco Nonio Arrio Muciano, console nel 201 d.C. Druino, che era evidentemente benestante, aveva fatto costruire a sue spese un piccolo tempio dedicato ai Fati e alle Fate, divinità legate al mondo naturale e tutelari delle nascite; aveva anche stanziato una discreta somma per finanziarne la manutenzione e le attività di culto, fra cui ricadeva anche la cerimonia annuale di purificazione (conlustrio) del podere di Vezzano, dove l’edificio sacro doveva sorgere. Il testo rivela che gli insediamenti e i toponimi di Toblino e di Vezzano risalgono almeno all’età romana, e che nella zona si trovavano ampie tenute, formate da più poderi (fundi), di proprietà di grandi famiglie dell’aristocrazia di Brixia. E.M.

Bibliografia

InscrIt X.5, 3, 1062 (da Riva del Garda); InscrIt X.5, 3, 1094 (da Calavino); InscrIt X.5, 3, 1107 (da Stenico); CIL V, 5005 = ILS 3761 = InscrIt X.5, 3, 1061 (da Castel Toblino); G. Ciurletti, Il territorio trentino in età romana (Quaderni della Sezione archeologica del Museo provinciale d’arte), Trento 1985.

* Autorizz. Soprintendenza per i Beni librari archivistici e archeologici, foto archivio, PAT.

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