44. Presenze illustri in città

Murata da molti secoli nel fianco della chiesa di Sant’Apollinare a Trento, ma senz’altro proveniente dal centro della città, questa lastra di marmo reca l’iscrizione più antica finora rinvenuta nella regione:

«L’imperatore Cesare Augusto, figlio del Divino, per undici volte console, dotato di poteri tribunizi, donò [quest’opera]; dietro suo ordine il legato Marco Appuleio, figlio di Sesto, ne curò l’esecuzione».

Il testo rivela che Augusto donò alla città un’opera (un edificio pubblico? un monumento?) che non viene indicata, perché l’iscrizione doveva esservi apposta direttamente e rendeva inutile specificare ciò che era a tutti visibile. Si trattava comunque senz’altro di qualcosa di tanto importante da giustificare l’intervento dell’imperatore, che non solo l’aveva finanziato ma aveva disposto che un suo uomo di fiducia inviato sul posto, Marco Appuleio, ne curasse l’esecuzione e si accertasse del risultato dei lavori.

Marco Appuleio era infatti un personaggio di alto livello: non solo rivestiva la carica di legatus, cioè di responsabile delegato dall’imperatore al comando di una legione, ma era anche imparentato con Augusto per parte di madre, e avrebbe coronato la sua brillante carriera diventando console, la più alta carica dello Stato, nel 20 a.C. Negli ambienti governativi vi era evidentemente un grande interesse per lo sviluppo di una città che di lì a pochi anni, nel 15 a.C., sarebbe diventata la base logistica della campagna militare condotta da Druso contro le popolazioni retico-germaniche (s 31).

L’epigrafe si data all’anno 23 a.C., in cui Augusto era console per l’undicesima volta, e, ancora più precisamente, fra i mesi di luglio e dicembre. Infatti dal testo Augusto risulta dotato di tribunicia potestas, cioè dell’insieme delle prerogative riservate ai tribuni della plebe, che egli ottenne verso la fine del mese di giugno di quello stesso anno. Il principe concentrava così nella propria figura tutti i maggiori poteri della tradizione politica romana, ai quali aggiungeva il carisma che gli derivava dall’essere ‘figlio del Divino’, cioè di Giulio Cesare, suo padre adottivo, fatto dichiarare divus nel 42 a.C.

In tutte le città del mondo romano la costruzione di molte opere o edifici pubblici e la loro manutenzione, o l’organizzazione di eventi civili e di festività religiose, venivano finanziate dai cittadini più abbienti, oltre che da più saltuari interventi degli imperatori. Il fenomeno, che viene detto «evergetismo», era ovviamente connesso con la capacità di spesa delle élites locali le quali, in un certo senso, ‘mantenevano’ la città; i concittadini manifestavano la propria gratitudine facendo porre negli spazi pubblici epigrafi elogiative dei benefattori, erigendo loro statue, nominandoli protettori della comunità (patroni publici). Un caso del genere è attestato anche a Trento, dove il senato locale (ordo decurionum) volendo onorare un concittadino illustre, Gaio Valerio Mariano, gli eresse una statua di cui resta solo la lastra con l’iscrizione dedicatoria (ora conservata al Castello del Buoconsiglio) che ne rivestiva la base:

«A Gaio Valerio Mariano, figlio di Gaio, della tribù Papiria, che a Trento rivestì tutte la maggiori cariche pubbliche, sacerdote addetto al culto di Roma e dell’Imperatore, prefetto quinquennale, augure, nominato responsabile dei rifornimenti della terza legione Italica, membro del collegio sacerdotale per la celebrazione dei riti di Tuscolo, selezionato come giurato, assistente dei tribuni della plebe, decurione di Brescia, commissario governativo presso la comunità civica di Mantova, promosso al cavalierato, ufficiale del genio militare, patrono della colonia, per decisione ufficiale [questa statua è stata eretta]».

Il testo riporta la carriera – il cursus honorum, letteralmente ‘percorso delle cariche’ – del personaggio, svolta in anni compresi fra il 165-166 d.C. e l’età di Settimio Severo (193-211 d.C.). Cittadino di Trento, e dunque iscritto alla tribù Papiria, Gaio Valerio Mariano aveva ricoperto tutti gli incarichi a cui un membro del senato locale poteva aspirare, compresa quella straordinaria di prefetto per cinque anni in sostituzione dei normali magistrati, a cui aveva aggiunto la carica di sacerdote (flamen) responsabile del culto della dea Roma e dell’imperatore, che veniva praticato in tutte le città dell’Impero. L’accesso alle confraternite sacerdotali responsabili di questo e di altri culti ufficiali era riservato ai membri delle classi dirigenti locali, in quanto la pratica della religione ‘di Stato’ aveva un importante significato politico nella vita di una comunità civica, e rinsaldava i suoi vincoli con il governo centrale.

Messosi probabilmente in luce come brillante amministratore locale, il nostro uomo venne nominato dall’alto a un incarico riguardante una legione (la III Italica) istituita da Marco Aurelio (nel 165-166 d.C.) e stanziata in Rezia, ma che certo aveva base logistica a Trento. Resta dubbio in che cosa consistesse l’incarico: forse Gaio Valerio Mariano doveva occuparsi della riscossione dell’imposta (annona) destinata a mantenere la legione, oppure era responsabile dei suoi rifornimenti; in ogni caso, esso gli consentì di uscire da una dimensione puramente locale.

Infatti, dapprima fu inviato come commissario governativo a occuparsi delle finanze pubbliche di Mantova; poi fu inserito nelle giurie che a Roma giudicavano le cause minori e, sempre a Roma, entrò a far parte del gruppo degli assistenti dei tribuni della plebe. Fu anche accolto in due prestigiose confraternite sacerdotali, quella degli auguri, che erano gli interpreti ufficiali di tutti i segni tramite i quali si riteneva che gli dèi manifestassero la loro volontà, e quella responsabile dei riti celebrati a Tusculum, la città laziale sede dell’antichissimo culto dei Dioscuri Castore e Polluce. La sua ascesa fu coronata dall’ammissione all’ordine dei cavalieri (equites), la seconda delle categorie – la prima era quella dei senatori – da cui si traevano i membri della classe dirigente dell’Impero e gli ufficiali dell’esercito, che gli consentì di compiere una breve esperienza militare come ufficiale del genio.

L’ammissione al ceto equestre, essendo subordinata al possesso di un censo di almeno 500.000 sesterzi, testimonia che Gaio Valerio Mariano era proprietario di un patrimonio fondiario notevole. Questo doveva trovarsi in parte nel territorio di Brescia, visto che egli sedeva anche nel senato locale di quella città; è dunque del tutto comprensibile che i Tridentini cercassero di legare a sé un concittadino così illustre nominandolo loro protettore. Proprio l’epiteto di patronus coloniae con cui egli compare nell’iscrizione rivela che verso la fine del II secolo d.C. Trento si fregiava del titolo onorifico di «colonia», forse ottenuto solo di recente per concessione dell’imperatore Marco Aurelio (161-180 d.C.). E.M.

Bibliografia

CIL V, 5027 = ILS 86 (da Trento); CIL V, 5036 = ILS 5016 (da Trento).
* Autorizz. Soprintendenza per i Beni librari archivistici e archeologici, foto archivio, PAT.

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