47. I confini settentrionalil del Regno goto

Nella sua qualità di responsabile della cancelleria di Teoderico, e tramite una delle lettere ufficiali (Var. VII, 4) con cui trasmetteva le disposizioni del re, Flavio Magno Aurelio Cassiodoro (ca. 485-580 d.C.) comunicava al funzionario interessato la sua nomina a governatore (dux) della Rezia, con pieni poteri militari e civili. La situazione della duplice provincia (Raetia I e II), regione di confine e per di più abitata da popolazioni bellicose, rendeva l’incarico particolarmente impegnativo:

«… grande appare la responsabilità di coloro ai quali vengono affidati i popoli di confine, dal momento che amministrare la giustizia in regioni pacificate non è la stessa cosa che occuparsi di popoli infidi, i cui reati non destano tanto sospetto quanto i comportamenti bellicosi e fra i quali non risuona solo la voce del banditore ma riecheggia lo strepito delle trombe di guerra. Le Rezie sono infatti i baluardi dell’Italia e gli sbarramenti della provincia: e riteniamo che non senza ragione siano così definite, dal momento che si distendono come reti da cacciagione contro genti ferocissime e selvagge. Là infatti gli assalti di quelle popolazioni vengono bloccati e trafiggendole di dardi viene stroncata la loro furiosa arroganza … Pertanto, essendo informati delle tue doti di ingegno e delle tue capacità, ti affidiamo per la durata dell’indizione il ducato delle Rezie, affinché tu comandi le truppe anche in tempo di pace e con esse pattugli i nostri confini con la dovuta assiduità, poiché vedi che ti è stato assegnato un compito non da poco, dal momento che la tranquillità del nostro regno è affidata in custodia al tuo diligente impegno …».

Cassiodoro fa dunque sapere che entrambe le Rezie cadevano sotto l’autorità di un unico governatore, un dux, a cui erano riservati il comando supremo delle truppe e l’amministrazione della giustizia. Il territorio affidato al dux Raetiarum doveva spingersi lungo il versante alpino meridionale fino a comprendere la val Venosta con le sue valli laterali, la val Sarentina e il tratto settentrionale della val d’Isarco. La linea del confine settentrionale resta assai ipotetica; doveva però correre ai piedi dei contrafforti delle Alpi reto-noriche, tenendosi a sud del lago di Costanza, e includendo la riva destra dell’alto Reno e l’alta valle dell’Inn. A ovest, la Rezia era forse delimitata dal primo tratto del Reno almeno fino a Coira, mentre a est il confine doveva seguire l’Isarco fino al Brennero, e dopo il valico raggiungeva l’Inn a nord-est di Veldidena (Wilten). Anche la linea di divisione fra le due Rezie è incerta; probabilmente, correva in direzione nordest/ sud-ovest, lungo l’alto corso dell’Inn, mentre in origine e fino alla metà del V secolo, prima dell’arretramento del limes renano-danubiano, doveva seguire in senso nord-ovest/sud-est una linea ideale tracciabile grosso modo fra il punto d’ingresso del Danubio in Rezia e Veldidena (t XI). Da un’altra lettera di Cassiodoro (Var. I, 11), inviata al dux delle Rezie Servatus fra il 507 e il 511, apprendiamo che nelle Rezie era sorto qualche problema di ordine pubblico, mentre all’esterno in questi anni la stabilità del confine settentrionale era stata assicurata grazie all’attività militare e diplomatica condotta da Teoderico nei confronti di Franchi, Burgundi e Alamanni. La lettera era stata sollecitata dalla supplica di un certo Moniarius, un ricco proprietario locale che lamentava il furto dei suoi servi (mancipia) a opera di un gruppo di Breuni; il re rispose ordinando al governatore di condurre un’inchiesta per appurare la verità, e di attivarsi perché i colpevoli restituissero immediatamente il maltolto:

«È opportuno che tu metta in pratica con i tuoi comportamenti la carica di cui porti il titolo, in modo da non tollerare che avvenga alcuna violenza nella provincia da te governata, ma tutto sia ricondotto a quel principio di giustizia da cui il nostro dominio trae la propria forza. Pertanto, mossi dalla supplica di Moniario, stabiliamo che tu ti attenga a queste decisioni, se appurerai rispondere a verità che i Breuni hanno arbitrariamente portato via i suoi servi, e che quelli abituati all’uso della forza notoriamente minacciano con le armi i civili e pertanto rifiutano di obbedire alle leggi, in quanto sono abitualmente dediti ad attività guerresche … Per questo motivo … procura che quanto richiesto venga restituito senza indugio …».

I protagonisti della vicenda di cui Cassiodoro ci informa, i Breuni, erano un’etnia del versante alpino settentrionale, stanziata fra il passo del Brennero, che probabilmente da loro trae denominazione, e la valle dell’Inn, dove risultano stabilmente insediati almeno dalla fine del I secolo a.C. a tutto il VI secolo d.C. Sono citati dalle fonti sulle guerre alpine di Augusto (c IV ) e compaiono nell’elenco delle genti alpine sconfitte di La Turbie (s 33); ma evidentemente, nonostante i cinque secoli di appartenenza al mondo romano, mantenevano le forme di vita e i comportamenti tradizionali: un caso di romanizzazione superficiale, tipica delle aree più isolate e marginali rispetto ai centri urbani.

Nella regione abitata dai Breuni, che all’epoca di Teoderico era divenuta zona di frontiera e che, a differenza di quanto accadeva sul versante italiano delle Alpi, non era presidiata dalle truppe gote, essi costituivano delle milizie di frontiera arruolate localmente, sotto il comando del governatore delle Rezie. Però, preposti alla difesa di un territorio di cui avevano il completo controllo e dove esercitavano il monopolio dell’attività militare, essi evidentemente abusavano della loro posizione di forza, assumendo comportamenti violenti ai danni della popolazione civile.

Proprio la necessità di presidiare i confini della Rezia e le zone a ridosso dei valichi alpini, munendoli di milizie e fornendo rifugi fortificati alla popolazione, ha indotto a collocare in Alto Adige il sito del castrum Verruca, che tramite un’altra lettera di Cassiodoro il re Teoderico ordina di costruire sull’Adige:

«… mediante un ordine dato in delega al nostro funzionario Leodefrido, presente sul posto, abbiamo disposto che sotto la sua cura costruiate le vostre abitazioni nel castello Verruca, che dalla sua posizione trae un’appropriata denominazione. È infatti un rilievo roccioso che si erge arrotondato in mezzo alla pianura, un monte privo di vegetazione, dalle fiancate scoscese, che nella sua interezza si presenta come se fosse una torre, la cui base è ridotta rispetto alla cima e che si allarga nella parte superiore come un tenerissimo fungo, mentre in quella inferiore si assottiglia. Un bastione senza spazio di battaglia, un luogo sicuro in caso d’assedio, dove né un nemico potrebbe attaccare, né un assediato temere alcunché. Gli scorre davanti l’Adige, insigne fra i fiumi per la purezza delle sue belle acque, offrendogli difesa e ornamento: un forte pressoché unico al mondo, presidio di sbarramento della provincia, e che si rivela ancor più importante proprio per il fatto che lo si sa esposto a genti feroci …».

Come è stato recentemente evidenziato, questa descrizione, benché sembri adattarsi in modo suggestivo al Doss Trento, pare calzante anche per altri siti lungo l’alto corso dell’Adige, in particolare per quello di Castel Fragsburg nei dintorni di Merano; inoltre Frags(burg) potrebbe derivare da Ferruge, esito altomedievale del toponimo Verruca. E.M.

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