3. Giovanni a Prato

Nato a Trento nel 1812 da una nobile famiglia in declino, Giovanni a Prato si formò dapprima al ginnasio-liceo di Trento, quindi al Seminario vescovile della stessa città, dove ebbe modo di seguire le lezioni di teologia pastorale di Antonio Rosmini, la cui esperienza intellettuale ebbe un certo influsso nel percorso di maturazione del giovane seminarista. Inviato a Vienna dal vescovo per perfezionare gli studi teologici, rimase per sei anni nella capitale asburgica conseguendo nel 1841 il diploma di dottore in teologia. Rientrato a Segonzano, ottenne l’anno seguente la cattedra di religione al liceo di Rovereto.

Nominato membro dell’Accademia degli Agiati, entrò in contatto con il cattolicesimo più sensibile ai nuovi ideali di libertà e all’emergente questione nazionale. Nel duplice ruolo di sacerdote e professore andò maturando il proprio credo politico, nel quale le aspirazioni all’autonomia del Trentino si armonizzavano con le istanze del cattolicesimo di impronta liberale. Arrivò il 1848 e con esso le promesse di una Costituzione. Da Rovereto, al tempo importante crocevia culturale, l’abate osservò l’evoluzione dei moti rivoluzionari europei pubblicando su «Il Messaggere Tirolese» ampie riflessioni in cui sono ben rintracciabili le atmosfere e le rivendicazioni del costituzionalismo liberale (eguaglianza dei diritti politici, piena libertà di stampa, libertà di associazione e petizione, libera Costituzione, libertà di insegnamento).

A Prato ripose grandi speranze nell’Assemblea di Francoforte, convinto che solo nel quadro europeo fosse possibile dare soluzione alla questione trentina. Eletto nel maggio 1848 al Parlamento francofortese, sostenne la maggioranza parlamentare oscillando, come è stato scritto da Umberto Corsini: «tra la sinistra mediana e la sinistra moderata non senza qualche contatto anche se cauto e prudente con il gruppo radical-democratico di estrema sinistra».

La proposta di distacco del Trentino dalla Confederazione germanica presentata all’assemblea costituente riunitasi nella Paulskirche della città sul Meno fu respinta in seguito all’opposizione della deputazione tirolese. Eletto nei mesi seguenti anche alla Costituente insediatasi a Vienna-Kremsier, a Prato si espresse nuovamente per l’ottenimento dell’autonomia trentina. Il Parlamento di Kremsier fu però sciolto nel marzo 1849 prima che il disegno autonomistico dei deputati trentini fosse approvato.

Chiusa l’esperienza parlamentare e rientrato a Rovereto, a Prato fu sospeso dall’insegnamento perché considerato «pericoloso» sotto il profilo politico. Nei primi mesi del 1850 iniziò a collaborare a «Il Crepuscolo», settimanale del patriota milanese Carlo Tenca, e diede vita al periodico liberale «Il Giornale del Trentino», fondato con l’intento di educare politicamente il popolo e di orientare l’opinione pubblica locale. Il foglio trisettimanale si schierò, in linea con le posizioni più avanzate del liberalismo italiano, in difesa del pluralismo politico, della libertà di stampa, dell’inviolabilità della nazionalità e della perfetta indipendenza della Chiesa dallo Stato. Divenuto precettore in casa del barone Salvadori, a Prato proseguì nella sua attività di animatore del dialogo tra la cultura politica italiana e il mondo germanico. Alimentò stretti contatti con i circoli intel45 lettuali italiani, che lo portarono a intrattenere rapporti con Giovanni Prati, Giuseppe Canestrini, Andrea Maffei, Tommaso Gar, Oreste Baratieri e Benedetto Cairoli.

L’attività pubblicistica di a Prato ricevette nuovo slancio con la fondazione nel 1868 di un periodico, «Il Trentino», che egli diresse fino al 1870 e nel quale profuse i propri sforzi in difesa dell’autonomia della propria terra. Le elezioni alla Camera di Vienna del 1873 decretarono il largo successo dei liberali trentini e dello stesso a Prato, che alla Dieta viennese sedette nel club delle sinistre in appoggio al governo liberale. L’attività parlamentare dell’abate si svolse nuovamente all’insegna della rivendicazione dell’autogoverno per il territorio trentino, ma non sarebbe proseguita a lungo. Favorevole al processo di laicizzazione dello Stato, a Prato si dovette scontrare con i vertici episcopali trentini e scelse di abbandonare la carica dietale per dedicarsi allo studio. Ciò non significò il pieno abbandono della difesa della causa autonomistica, come dimostra il viaggio compiuto a Roma nel 1880, in occasione del quale fu a colloquio col re Umberto I per discutere della situazione trentina. Morì nel 1883. M.C.

Bibliografia

N. Cavalletti, L’abate Giovanni a Prato attraverso i suoi scritti, Trento 1967; M. Garbari, Giovanni a Prato e il mondo italiano, in «Atti dell’Accademia Roveretana degli Agiati», 234, serie VI, XXIV, Rovereto 1984, pp. 17-55; S. Benvenuti, L’abate Giovanni a Prato: tra coscienza civile e coscienza religiosa, ibidem, pp. 57-82; La citazione è tratta da U. Corsini, Correnti liberali trentine tra Italia e Germania, in R. Lill - N. Matteucci (edd), Il liberalismo in Italia e Germania dalla ricoluzione del ’48 alla Prima guerra mondiale (Annali dell’Istituto storico italogermanico in Trento. Quaderni, 5), Bologna 1980, pp. 507-553.

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