4. Cesare Battisti

Figlio di un commerciante benestante, Cesare Battisti nacque a Trento nel 1875 in una famiglia dai chiari sentimenti nazionali. Studente al ginnasio-liceo della città vescovile, si mostrò fin dalla giovane età sensibile agli ideali risorgimentali di ascendenza mazziniana. Iscrittosi all’Università di Graz, studiò a Vienna, Torino e Firenze. Nella città toscana entrò in contatto con un gruppo di giovani intellettuali, tra cui vanno ricordati Gaetano Salvemini (in seguito noto storico e politico antifascista) e Ernesta Bittanti, che di Battisti divenne la moglie. Quelli universitari furono gli anni dell’incontro con il socialismo, le cui prospettive teoriche rispondevano alle aspirazioni di giustizia sociale del giovane Battisti e di molti altri della sua generazione. Si laureò a Firenze con una tesi di «geografia fisica e antropogeografia» dedicata al Trentino, evidenziando uno spiccato interesse per gli studi scientifici animati da una chiara passione politica e civile. Accanto agli studi geografici diede inizio a un’intensa attività giornalistica, strumento privilegiato di un’agitazione politica che non tardò a dare i propri frutti. Tra i promotori nel 1894 della Società degli studenti trentini, fu uno dei protagonisti del movimento socialista locale, alla cui nascita diede un vigoroso impulso. Dal punto di vista teorico cercò di mediare tra gli assunti tradizionali del socialismo (privilegiava gli aspetti umanitari rispetto a quelli puramente dottrinali) e le istanze legate alla questione nazionale, battendosi in nome dell’autonomia del Trentino dal Tirolo e promuovendo tra le classi meno abbienti la nascita di una coscienza nazionale diffusa. Si spese in appassionate battaglie in difesa dell’italianità del Trentino e in favore della democrazia, lottò per il suffragio universale e per la modernizzazione di una società ancora legata ai privilegi di classe e intrisa di conservatorismo, appoggiando l’organizzazione dei lavoratori e sostenendo gli emigranti. Ancora, si batté contro il confessionalismo e per la moralità delle pubbliche amministrazioni, osteggiando il sistema di repressione poliziesca e il militarismo montante. In queste affilate battaglie Battisti si avvalse di numerosi organi di stampa: da «Tridentum» (rivista scientifica e di storia fondata nel 1898), a «Il Popolo» (quotidiano pubblicato dal 1900 al 1914), fino a «Vita Trentina» (rivista di informazione fondata nel 1903). In particolare dalle colonne de «Il Popolo», «giornale di battaglia e di idee» che a causa delle coraggiose attività di denuncia subì svariate condanne e ancor più numerosi sequestri, si dispiegò la battaglia politica battistiana, orientata contro le forze clericali e moderate e venata di suggestioni dapprima federaliste e autonomiste, quindi sempre più apertamente irredentiste. Un irredentismo in stretto dialogo – cosa niente affatto scontata sul piano teorico – con i presupposti ideologici del socialismo. Animatore della battaglia per la costituzione di un’università italiana, Battisti fu tra i protagonisti dei disordini che nei primi anni del XX secolo turbarono la città tirolese di Innsbruck. Eletto al consiglio comunale di Trento nel 1902, nel 1911 succedette ad Augusto Avancini al Parlamento di Vienna e nel 1914 divenne membro della Dieta di Innsbruck. A partire dai ‘fatti di Innsbruck’ del 1904, i motivi socialisti e la fiducia nella riformabilità dell’Austria-Ungheria su basi federali vennero parzialmente messi in ombra dagli obiettivi dell’irredentismo, i quali finirono presto per avere la priorità nell’agenda politica di Battisti. Riparato in territorio italiano allo scoppio del primo conflitto mondiale, diede vita a un’intensa battaglia giornalistica e politica in favore dell’intervento in guerra dell’Italia, con la speranza che la dissoluzione dell’Impero asburgico potesse condurre a una federazione europea di libere nazionalità. Nella massiccia azione di propaganda interventista le coloriture socialiste della sua azione politica sfumarono ulteriormente: la soluzione della questione nazionale, perseguibile per Battisti solo attraverso la distruzione dell’Austria, avrebbe dovuto precedere la battaglia per l’affermazione del socialismo. Si arruolò volontario nell’esercito italiano, mettendo a disposizione le proprie conoscenze geografiche e cartografiche del territorio trentino. Posto nel maggio 1916 a comando di una compagnia del battaglione Vicenza, fu fatto prigioniero dagli austriaci insieme a Fabio Filzi in occasione di un’offensiva italiana in Vallarsa che avrebbe dovuto portare alla conquista del monte Corno. Riconosciuto, fu scortato ad Aldeno presso il comando dell’XI Corpo d’armata, quindi a Trento, dove fu costretto ad attraversare la città in un corteo che assunse i tratti della pubblica gogna. Processato innanzi alla corte marziale, fu condannato per alto tradimento e giustiziato nella fossa del castello del Buonconsiglio. La memoria di Battisti si presentò fin da subito come un terreno di scontro: denigrato come traditore dalle forze filo-austriache, venne elevato a martire e simbolo della nazione da parte italiana. Dove finiva la vita di Battisti, aveva inizio il mito battistiano. L’immagine dell’impiccagione di Battisti, attorniato dai volti sorridenti del boia e dei soldati austriaci, fu fatta circolare largamente in territorio asburgico a scopo di propaganda. La diffusione della cartolina fu all’origine di una nota pagina de Gli ultimi giorni dell’umanità, la lucidissima tragedia in cinque atti dedicata da Karl Kraus agli orrori della guerra. In un dialogo tra due personaggi della tragedia è scritto: «Io però vorrei mettere un premio speciale per chi identifica quell’orribile gaglioffo di un tenente imperial-regio il quale si è piazzato proprio davanti a un cadavere appeso, offrendo ai fotografi la sua faccia al di là del bene e del male, nonché quei sudici bellimbusti che si sono radunati tutti allegri neanche fossero all’angolo di Sirk, o sono accorsi con le Kodak per entrare nella fotografia in posa non solo da spettatori ma addirittura da fotografi, in questa foto dove, in mezzo a cento impazienti partecipanti, non poteva mancare il cosiddetto padre spirituale. Perché non solo abbiamo impiccato, ma ci siamo anche messi in posa, e abbiamo fotografato non solo le esecuzioni, bensì anche gli spettatori, e addirittura i fotografi. E il particolare effetto della nostra mostruosità è che quella propaganda nemica che invece di mentire si è limitata a riprodurre le nostre verità non ha nemmeno avuto bisogno di fotografare i nostri misfatti perché, con sua grande sorpresa, ha trovato le nostre fotografie dei nostri fatti sul luogo stesso del delitto, dunque noi ‘al naturale’, in tutta la nostra ingenuità – ignari del fatto che nessun delitto potesse denudarci agli occhi del mondo quanto la nostra trionfante ammissione, come la fierezza del delinquente che si fa anche ‘riprendere’ e sfodera un bel sorriso, perché è contento da matti di poter cogliere se stesso sul fatto. Perché non già il fatto che ha ammazzato, né che l’ha fotografato, bensì che ha fotografato anche se stesso, e che si è fotografato mentre fotografa, questo rende il suo tipo il ritratto imperituro della nostra cultura … Ma dopo il boia doveva venire anche il fotografo. No, i gruppi messi in posa per l’imperial-regio Archivio di guerra macchiano la memoria dell’Austria di un’ignominia che non si cancellerà per volgersi di eoni». M.C.

Bibliografia

S. Biguzzi, Cesare Battisti, Torino 2008; C. Gatterer, Impiccate il traditore: Cesare Battisti a novant’anni dalla morte, Bolzano 2006; E. Sestan, Cesare Battisti tra socialismo e irredentismo, in Atti del Convegno di studio su Cesare Battisti, Trento 25-27 maggio 1977, Trento - Firenze 1979, pp. 13-56; D. Leoni (ed), Come si porta un uomo alla morte: la fotografia della cattura e dell’esecuzione di Cesare Battisti, Trento 2007.

La citazione è tratta da K. Kraus, Gli ultimi giorni dell’umanità, Milano 1980, p. 462.

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