7. Celestino Endrici

Nato nel 1866 a Don, in val di Non, Celestino Endrici studiò al Liceo arcivescovile di Trento e al Collegio germanico di Roma, una delle più importanti istituzioni per la formazione del clero proveniente dalle regioni centrali dell’Europa. Compiuti gli studi di teologia e filosofia presso l’Università Gregoriana, fu ordinato sacerdote nel 1891. Rientrato nella terra natale, fu chiamato dal vescovo Valussi a insegnare teologia morale – in seguito anche sociologia – al Seminario vescovile, di cui divenne direttore nel 1899. Fin dai primi anni di studio e di insegnamento manifestò un chiaro interesse per le questioni di ordine sociale. Agì nel solco delle encicliche sociali promuovendo nel Tirolo italiano numerose attività di educazione civile delle popolazioni contadine e contribuendo attivamente all’organizzazione del movimento cattolico. Assistente ecclesiastico dell’Associazione universitaria cattolica trentina, fu tra i protagonisti della delicata operazione di riorganizzazione del tessuto sociale e culturale del cattolicesimo locale, perseguita anche grazie al contributo di fidati collaboratori come don Guido de Gentili e Alcide De Gasperi.

In seguito alla morte di monsignor Valussi, fu nominato vescovo di Trento nel febbraio 1904, al termine di vivaci discussioni che animarono gli ambienti cattolici. «Vescovo sociale alla maniera belga», come lo definì De Gasperi, si spese per promuovere l’impegno politico e sociale dei cattolici trentini e lo sviluppo delle organizzazioni cristianosociali, con particolare riguardo alle società operaie e agricole cattoliche.

Nei primi anni di episcopato contrastò con decisione la minaccia socialista (di cui mise ripetutamente in evidenza i tratti anticattolici) e il radicalismo anticlericale, promuovendo in seno al movimento cattolico trentino lo sviluppo di un laicato risoluto e combattivo. «Strenuo campione» dell’autonomia trentina (la definizione è dello stesso Endrici), si oppose con decisione alle spinte germanizzatrici diffusesi in Tirolo, cosa che gli procurò numerose accuse da parte di chi nel suo orientamento nazionale accorto ma saldo riconosceva posizioni eccessivamente «italianizzanti». Pur estranea agli eccessi del nazionalismo, la coriacea difesa dell’identità culturale italiana della gente trentina manifestata da Endrici gli valse un lungo periodo di confinamento in occasione dell’apertura delle ostilità tra il Regno d’Italia e la monarchia austro-ungarica (allo scoppio della guerra non aveva voluto pubblicare una lettera pastorale di condanna all’Italia). Nella primavera del 1916 le autorità militari austriache disposero il suo internamento nell’abbazia cistercense di Heiligenkreuz, nei pressi di Vienna, dove rimase fino al novembre 1918.

Il duro soggiorno forzato venne considerato nel primo dopoguerra con grande rispetto dalle autorità italiane, e favorì la sua attività di mediatore nella complessa fase di passaggio delle terre trentine all’Italia. Vescovo dal forte impegno politico, accompagnò l’inserimento del Trentino nelle dinamiche istituzionali, politiche e sociali del Regno.

Seguirono gli anni – niente affatto facili – dell’affermazione del regime fascista. Pur in assenza di un chiaro orientamento clericofascista, non mancarono in Trentino dimostrazioni di consenso nei riguardi del regime mussoliniano. Di fronte alla politica di italianizzazione delle terre trentine e altoatesine (la diocesi trentina comprendeva anche parte dell’Alto Adige) Endrici levò la propria protesta, criticando la violenza della politica assimilazionista fascista e il dispiegarsi del «ciclone devastatore» (l’espressione è sua) che investiva il sistema sociale ed economico promosso nel corso dei decenni dal movimento cattolico trentino. Non era peraltro praticabile la via di una chiara opposizione al regime fascista. Buona parte del clero trentino, e Endrici con esso, scelse la strada di un ripiegamento obbligato, volto a salvaguardare l’integrità dell’esperienza dei cattolici dalle frequenti ingerenze del regime. Accanto a manifestazioni di ossequio esteriore, Endrici non fece mancare decisi atti di contrapposizione a talune direttive della politica fascista, tutelando in più occasioni gli interessi della parte tedesca della diocesi e prendendo posizione contro le derive ideali che nazismo e fascismo andavano imponendo all’Europa.

Nell’estate del 1934 monsignor Endrici fu colto da una malattia che condizionò pesantemente gli ultimi anni del suo episcopato. Dal 1935 al 1938 ebbe al proprio fianco monsignor Enrico Montalbetti in qualità di coadiutore, mentre nel 1939 gli fu affiancato monsignor Oreste Rauzi con la qualifica di vescovo ausiliare. Morì nell’ottobre 1940. M.C.

Bibliografia

I. Rogger, Celestino Endrici, in Dizionario Biografico degli Italiani, 42, Roma 1993, pp. 660-663; I. Giordani, Un grande pastore. Celestino Endrici, arcivescovo di Trento (1866-1940),Trento 1965.

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