8. Dalla parte dei lavoratori: il movimento operaio in Trentino

La realtà scarsamente industrializzata del Trentino limitò sensibilmente la formazione di una classe operaia. Ciò non significa che il proletariato fosse assente dalla scena trentina; come ricordava il tipografo di origini solandre Edoardo Costanzi – uno degli animatori del movimento operaio – facendo riferimento al consistente fenomeno dell’emigrazione stagionale, in Trentino

«il proletariato c’è al pari che nei paesi industriali. Soltanto che la maggior parte dei nostri proletari non ha neppure la soddisfazione di vedersi sfruttata a casa sua: essi devono andar altrove in cerca dei propri sfruttatori».

Ad incarnare e difendere le istanze dei lavoratori del Tirolo italiano furono, con impostazioni differenti, socialisti e cattolici, i quali diedero forma a iniziative sindacali parallele a tutela degli interessi degli operai di borghi e vallate.

Nel caso socialista il movimento operaio sorse in un rapporto stretto ma spesso conflittuale con il movimento politico. Il socialismo trentino poggiava, lo si è accennato, su due componenti: una operaia-sindacale, costituita da lavoratori guadagnati al socialismo dalle esperienze migratorie in altre province dell’Impero (in particolare in Vorarlberg), l’altra di carattere intellettuale e di matrice borghese, guidata da figure rappresentative come quelle di Battisti, Avancini, Piscel.

«L’Avvenire del lavoratore» fu il foglio che diede voce al programma d’azione sindacale dei socialisti, con cui si puntò anche ad azioni di intervento nei settori del collocamento e del sistema cooperativo. La propaganda sindacale favorì l’organizzazione delle principali categorie lavorative (falegnami, scalpellini, muratori, pellettieri), le quali promossero tra il 1897 e il 1899 significative azioni di sciopero.

Nel 1899 fu istituito sotto la guida di Costanzi il primo nucleo sindacale organizzato, il Segretariato del lavoro di Trento. Seguì nel 1900 la nascita di una Camera del lavoro a Rovereto, nelle cui strutture trovò posto in seguito anche un Ufficio di solidarietà femminile. In rotta con gli ambienti dei lavoratori a seguito degli esiti infelici delle lotte operaie, Costanzi abbandonò il Trentino. L’espansione del sindacalismo socialista subì un brusco arresto, che gravò sulla vita del movimento operaio. Nemmeno la centralizzazione del sindacato trentino risolse i problemi del movimento e si arrivò nella primavera del 1903 alla rottura tra partito e forze sindacali. Riavvicinamenti e scissioni si susseguirono anche negli anni successivi, scandendo il percorso non certo privo di asperità del socialismo locale.

Accanto alle organizzazioni sindacali socialiste presero forma quelle di impianto cattolico. Per contrastare l’azione delle Società Lavoratori e Lavoratrici sorsero così, a partire dal 1896, le prime Società operaie cattoliche (fuori città assunsero i caratteri di Società agricole), che ebbero fin da subito una netta inclinazione antisocialista. Nate su basi interclassiste, le organizzazioni sindacali cattoliche costituirono dei veri e propri centri di irradiazione dell’azione cattolica. Più che di reali unioni professionali si trattò nei primi anni di centri di propaganda sorti per rispondere alle istanze sempre più urgenti legate alla ‘questione sociale’. Il modello di riferimento rimandava alle organizzazioni realizzate in campo professionale dai cristiano-sociali di area germanica; lo strumento privilegiato di propaganda sindacale fu il periodico «Fede e Lavoro», sostituito in seguito da «La Squilla». Tra i più impegnati ‘sindacalisti’ cattolici si segnalò anche il giovane Alcide De Gasperi, attivo tra i lavoratori trentini del Vorarlberg e in particolare nel supporto alle rivendicazioni dei segantini della val di Fiemme, i quali tra il 1905 e il 1906 condussero con successo una durissima vertenza per la concessione di condizioni di lavoro meno rigide.

Costituito un Segretariato operaio nel 1907 con lo scopo di promuovere lo sviluppo delle organizzazioni professionali, l’attività sindacale cattolica passò sotto la guida del Comitato diocesano, che costituiva – come si è visto – l’organo di indirizzo dell’intera azione politico-sociale dei cattolici. L’azione sindacale, volta a ottenere un miglioramento delle condizioni lavorative, portò in più occasioni all’organizzazione di scioperi di rilievo, rivelando una significativa capacità di penetrazione in ogni settore del mondo del lavoro trentino, compreso il mondo rurale, presidiato con efficacia dalle numerose e potenti Alleanze contadine cattoliche. Come ricordava De Gasperi nel pieno della sua azione sindacale,

«i cattolici trentini hanno aggiunto alle loro associazioni di previdenza, di mutuo soccorso e di patronato, le società di coltura operaia, le casse di assicurazione, le leghe di classe e di resistenza, addestrando gli operai a tutte le forme giustificate che assume la lotta fra capitale e lavoro, fino allo sciopero. Una rete di organizzazioni nuove, che corrispondono ad una situazione nuovissima, si distese dai nostri pochi ed esigui centri industriali fino alle desolate colonie dei lavoratori emigranti». M.C.

Bibliografia

M. Rauzi, Il movimento operaio trentino: breve profilo storico dalle origini alla guerra mondiale, Trento 1996; F. Rasera, Per una storia del movimento operaio trentino dalle origini alla guerra: un bilancio critico, in «Materiali di Lavoro», 1984, pp. 3-23; A. Leonardi, Il movimento sindacale bianco nel Trentino dalle origini al fascismo, in G. Zalin (ed), Associazioni cattoliche e sindacalismo bianco nelle Venezie tra Rerum novarum e fascismo, Padova 1984, pp. 1-33; E. Tonezzer - M. Bigaran - M. Guiotto (edd), Alcide De Gasperi nel Trentino asburgico (A. De Gasperi, Scritti e discorsipolitici, I), Bologna 2006, p. 930.


La citazione è tratta da R. Monteleone, Il movimento socialista nel Trentino 1894-1914, Roma 1971, pp. 86-87.

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