9. L'epopea dei profughi

L’evacuazione delle zone interessate dalle operazioni militari avvenne in un clima di sconforto e sofferenza, ben rappresentato da una pagina di memorie scritta nel 1919 da una donna di Besagno, presso Mori, Melania Moiola:

«Era da qualche giorno che i paesi si trovavano deserti di uomini quando nella notte del 27 maggio 1915 si sentì bussare fortemente alle porte ed era il segnale della partenza. Ancor quel giorno si doveva partire e condurre con sé anche le bestie. C’era ordine di prendersi mangiare solo per cinque giorni e di non avere con sé più di un pacchetto di cinque chili. Non è certo possibile descrivere la costernazione e la confusione di tutti a quell’improvvisa sciagura. La gente era quasi fuori di se non sapeva neppure quello che si faceva. Abbiamo trascinato in qualche modo la roba negli avvolti credendo che fosse sicura poi ci abbiamo preparato in qualche modo un po’ di mangiare poi col nostro fagotto sulle spalle come tanti pellegrini abbiamo abbandonato a malincuore la nostra casa e il nostro caro paesello natio dove abbiamo passato tanti belli anni felici per avviarci alla stazione di Rovereto. Chi non ha veduto la confusione che regnava in quel giorno alla stazione non può certo immaginarlo. Là v’erano riuniti tutti i paesi del distretto di Rovereto, ad ogni ora partiva un treno carico di persone, e più ne partiva più la piazza era piena di persone. Vi erano bambini che gridavano, c’erano vecchi che morivano, e c’erano tutti i negozi e trattorie chiuse abbiamo dovuto sdraiarci in terra e aspettare lunghissime ore che venga anche la nostra di montare. Alla fine fummo invagonati come bestie e siamo stati sul viaggio alcuni giorni, poi ci hanno scarmigliati un pochi per parte in mezzo a gente tedesca che non si poteva intenderci neppure una parola».

Molte famiglie furono smembrate, intere comunità si dispersero, in migliaia andarono a popolare campi profughi dove la vita quotidiana regalava miseria e stenti. Nei luoghi in cui la concentrazione di sfollati era maggiore si organizzarono forme embrionali di socialità, favorite da un’accoglienza non di rado cordiale riservata ai trentini, in particolare da parte delle popolazioni boema e morava. Migliaia di profughi furono ammassati in baraccamenti disadorni, vere e proprie «città di legno» che ospitarono gli sfollati trentini per tutta la durata del conflitto. Nomi come Mitterndorf e Pottendorf (Austria Inferiore), Braunau e Wagna (Austria Superiore), sedi di alcune delle più imponenti strutture concentrazionarie pensate per affrontare l’esodo trentino, divennero il simbolo dell’epopea degli italiani d’Austria.

I contorni della sofferenza degli sfollati è ben descritta nella lettera che Luigia Ranzi, internata a Mitterndorf, scriveva il 28 settembre 1915 al marito al fronte:

«Giovedì pasato ti scrissi che mi mandi denaro che ne hò proprio de bisogno che già sei sette 65 giorni che mi trovo senza e o dovesto torli di imprestito 6 corone dalla Casagrande se no patiressimo la fame. Migliorare è sempre peggio siamo disgraziati per sempre. E già un mese che siamo qua ed’avemo ancora da ricevere nulla da vestire e dormire per terra e il mangiare sempre lo stesso … Non puoi comprendere la pascione che io provo al vedere la tua lontananza a che giorni tristi sono mai questi … giorno e note non facio che pensare a te … Chiudo questa mia colli occhi ricolmi di l’agrime e colla speranza che mi scrivi subito qualche cosa ti lascio con baccio e una stretta di mano e tanti bacci dai tuoi fili … Addio e sono la tua indimenti molie».

In difesa degli interessi degli internati trentini, provati da condizioni di vita di grande precarietà, presero forma numerosi comitati di assistenza in cui svolsero un’azione di primo piano i deputati trentini Alcide De Gasperi (delegato dell’organismo centrale preposto all’assistenza ai «profughi meridionali ») e Baldassare Delugan. La loro azione condusse all’approvazione di una legge in favore degli sfollati, avvenuta in occasione della riapertura del Parlamento viennese nel 1917.

Se furono dure le condizioni di vita dei profughi trentini spediti nelle province interne dell’Austria-Ungheria, non meno infelici (anche in conseguenza di condizioni organizzative meno strutturate) furono quelle riservate agli oltre 40.000 sfollati trentini in Italia, che dovettero abbandonare i paesi occupati nella primavera del 1915 dall’esercito italiano. Da Vallagarina, Valsugana, Ampezzano e Vallarsa partirono in migliaia alla volta delle più disparate zone dello stivale, dove di frequente incontrarono condizioni di vita di grande difficoltà e scarsa integrazione con le comunità locali.

Alle migliaia di profughi trentini dispersi nelle province orientali dell’Impero e a quelli sparsi lungo la penisola italiana si aggiunsero gli internati per motivi politici, sospettati di sentimenti irredentisti. Gran parte di questi (circa 1.750 su 2.000) furono costretti nel campo di Katzenau, nei pressi di Linz. All’internamento non sfuggirono alcuni esponenti del ceto dirigente trentino, tra cui Valeriano Malfatti, già podestà di Rovereto e vice-presidente al Parlamento viennese, ed Enrico Conci, deputato a Vienna e vicecapitano del Tirolo, entrambi internati a Katzenau.

 Provvedimenti restrittivi interessarono anche le zone liberate dall’esercito italiano. Furono circa 1.500 i trentini che, sospettati da parte delle autorità italiane di «austriacantismo », spionaggio o più generici «sentimenti austrofili», vennero internati a Ponza, Ventotene o altri centri dell’Italia meridionale. M.C.

Bibliografia

C. Ambrosi, Vite internate: Katzenau, 1915-1917, Trento 2008; Q. Antonell i - D. Leoni - A. Miorell i - G. Pontalti (edd), Scritture di guerra, Trento - Rovereto 1996, pp. 111-112.


La citazione è tratta da D. Leoni - C. Zadra (edd), La città di legno. Profughi trentini in Austria 1914-1918, Trento 1981, da cui è tratta la citazione, p. 61.

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