10. La vita al fronte nelle scritture di guerra

Da Grodeck a Leopoli, dal Pasubio all’Adamello, la vita sui campi di battaglia fu percorsa dal medesimo alito di morte. Tra le trincee della Galizia e le gallerie scavate nel ghiaccio della Marmolada e dell’Ortles cambiavano in parte le geometrie dei combattimenti, ma il grado di afflizione dei soldati, la cui vita assumeva contorni disumanamente precari, fu in buona misura lo stesso. Lo testimoniano, più dei resoconti ufficiali delle operazioni militari, le scritture di guerra: lettere, diari e cartoline in cui i soldati trentini hanno descritto la tragica ‘avventura’ di un conflitto impietoso attraversato dal dolore.

Di seguito, tre brevi testimonianze dal fronte:

«Al mattino era appena l’alba quando si ebbe l’ordine di andare avanti era il 7 settembre [1914] la giornata terribile che si ricordera sempre da tutti i cacciatori imperiali tirolesi appena fummo scorsi dal nemico pareva la finizione del mondo cannonate fucilate arme a macchina sparavano a fuoco [ac]cellerato le palle fischiavano da tutte le parti i morti e i feriti erano uno vicino all’altro chi senza gamba chi senza braccio chi spaccata la testa chi nel ventre che perdevano perfino le budelle era una roba che non si può nemmeno deschrivere pian piano arrivammo in una trincea dei nostri la siamo rimasti forse un ora, la nella trincea era tutto sangue e morti non si sapeva nemmeno dove mettere i piedi, la venne l’ordine di andare ancora avanti feci forse 300 passi quando trovai un buco scavato nel terreno mi gettai come un corpo morto non era capace più di andare avanti rimasi la circa due ore feci alcuni tiri ma non si poteva nemmeno alzare un capello poco dopo udii una voce al mio fianco sinistro alzai appena li occhi e vidi la un tedesco della mia compagnia e mi disse che tutti i nostri scappano in dietro non finì nemmeno di dire queste parole quando le venne una palla che le passò la golla cadde indietro urlando alzai un po’ li occhi e vidi i russi lontani da mè circa 250 passi che sparavano a tutta forza era mezzo disperato non sapeva cosa fare se resto quà mi uccidono a scappar resto morto non potei nemmeno guardare di quel povero ferito mi feci un po’ di coraggio mi alzai un poco e come un serpente mi strisia un poco per terra poi mi misi alla fuga e entrai in una trincea dei nostri la i morti e i feriti erano un vicino al’altro non si poteva nemmeno fare un passo senza pestarle adosso … mi misi alla fuga come un disperato aveva l’arma in mano e lo zaino sulle spalle che col correre mi batteva la schiena era una vita da animale il correre a quella maniera la, e fra le palle nemiche che venivano da tutte le parti continuai a correre 1½ senza fermarmi quando fui un po’ fuor di pericolo rallentai il passo e dalla stanchezza che aveva dopo fatta quella corsa diceva fra me se non muoio questa volta non muoio più, arrivai alla sanità la mi fasiarono la mano e poi andai a trovare la mia compagnia, mancavano quasi tutti li uomini le compagnie erano disfatte fra i morti e i feriti che rimasero la sul campo».

(Angelo Paoli, Galizia, settembre 1914)

«I Russi sono a noi vicinissimi, tanto che i posti avanzati da ambo le parti, possono frà essi discorrere, e gettarsi questo o quello. Ora avvenne che uno di questi, un Russo, fù colpito da una granata a mano, e restò cadavere. I Russi dimandarono ai nostri il permesso di seppellirlo che gli fù concesso. Anzi sortirono pure due dei nostri in loro aiuto. Cosi fuori in mezzo a mille e mille bocche da fuoco, è che però in quel momento stavano quiete) si vedevano 4 uomini due Russi, e due dei nostri, che in compagnia scavavano una fossa, per seppelire un loro compagno. Poi si scambiarono come al solito, i nostri diedero ai Russi vino, e loro che contraccambiarono del bel pane bianco. Poi quando tutto fù compiuto ritornarono ognuno ai loro posti, e nella notte seguente fù un continuo lanciarsi fucilate, mine, e granate a mano. Ma io dico. Che guerra è questa?».

(Giuseppe Masera, Galizia, 3 giugno 1916)

«16 [aprile] È stato il mio giorno più difficile non pensavo che sarei arrivato su. Il nostro presuntuoso signor aspirante ufficiale ha perso la strada con noi per 2 volte quindi siamo arrivati sul posto alle 9 di sera. Ai piedi della montagna abbiamo preso altri indumenti invernali perché non meno di 48 persone sono scese congelate. Avevamo parecchio da portare. Rimanere indietro sul sentiero o addormentarsi per la stanchezza è morte sicura. Anche nella nostra compagnia ce ne sono già molti con i piedi congelati. Un posto di guardia della nostra truppa è stato di nuovo colpito.

18 [aprile] 60 persone in infermeria delle quali 40 con mani e piedi congelati. Siamo nell’ultima retrovia e tutti i giorni dobbiamo portare su qualcosa dal fondovalle. Nei Carpazi non è stato freddo così a lungo. Niente ricoveri, niente da mangiare solo caffè e scatolette, siamo sfiniti. Le postazioni e gli avamposti sono sulla cima. Non si può descrivere la gente che viene giù da lì. La Siberia è il giusto termine di paragone. Scrivo solo alla mamma e a nessun altro. Sono stanco di tutto.

21 [aprile] Oggi ero nella postazione con un pezzo di legno. Era uno strazio. Sopra l’immagine della miseria. Niente ricoveri, tempesta, alle 10 non avevamo ancora avuto il caffè. Parecchia gente rientra dagli avamposti con congelamento, semplicemente spaventoso. 23 [aprile] Non è possibile descrivere ciò che racconta la gente che scende giù».

(Josef Medvescig, Adamello, primavera 1916) M.C.

Bibliografia

Scritture di guerra, nn. 1-10 (Collana del Museo Storico Italiano della Guerra e del Museo storico in Trento), Trento - Rovereto 1994-2004; D. Leoni, Scrivere in guerra. Diari e memorie autobiografiche, in Per un archivio della scrittura popolare, fascicolo monografico di «Materiali di Lavoro», 1-2, 1987.


Le citazioni sono tratte da Il popolo scomparso. Il Trentino, i trentini nella prima guerra mondiale 1904-1920, Rovereto 2003, pp. 57, 61 e 364-365.

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