13. Il pane amaro: l'emigrazione trentina

L’emigrazione è stato uno dei fenomeni più rilevanti della storia del Trentino contemporaneo. In una terra prevalentemente montana, caratterizzata da un difficile equilibrio tra popolazione e risorse, erano esistiti anche in epoche precedenti flussi non trascurabili di emigrazione stagionale, che portavano un numero consistente di trentini a trascorrere diversi mesi lontano da casa. Era questa la logica della poliattività delle famiglie alpine, in cui al lavoro agricolo si affiancavano spesso altre occupazioni, che consentivano di far quadrare i bilanci domestici. In Trentino si era così consolidata nel tempo un’emigrazione di mestiere, caratterizzata da precise competenze, che spesso era andata specializzandosi per aree geografiche e calcava le strade di mezza Europa: i venditori ambulanti di stampe del Tesino, i ramai e calderai solandri, gli arrotini della Rendena, gli spazzacamini della val di Non, del Banale e del Bleggio, i fabbricanti di seggiole di Sagron e Mis e così via.

L’emigrazione trentina era però destinata a cambiare drammaticamente a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, quando una combinazione tra dinamiche internazionali – la «Grande depressione europea» degli anni 1870-1890 – e fattori locali – la debolezza strutturale dell’economia trentina, ma anche il dilagare delle malattie della vite e del baco da seta e alcune catastrofi naturali – misero alle corde il precario equilibrio economico del territorio. Così l’emigrazione non solo aumentò nei numeri, ma assunse una forma diversa, passando, almeno in parte, da temporanea a permanente e indirizzandosi verso mete extraeuropee. Le esperienze in questo senso furono comunque diversificate, e legate anche alla tipologia della domanda di lavoro disponibile sul mercato internazionale. Così troviamo un numero consistente di trentini impiegati nei lavori di costruzione delle ferrovie in diverse parti del mondo – i cosiddetti «aisempòneri» (dal tedesco Eisenbahner) – e un piccolo nucleo di emigranti impegnato nella colonizzazione francese dell’Algeria, trovandosi coinvolto in vicende drammatiche. A raggio molto più breve, non mancarono gli insediamenti di agricoltori trentini nella parte sudtirolese della valle dell’Adige e lavoratori edili nelle città tirolesi.

La svolta importante venne con il sogno americano. Qui la vicenda trentina si inserisce nel contesto della grande emigrazione europea, che tra il 1850 e la Prima guerra mondiale portò circa il 10% della popolazione continentale a spostarsi verso le Americhe. Nei tardi anni Ottanta don Lorenzo Guetti riportava che dal 1870 al 1888 erano partiti alla volta del continente americano quasi 24.000 trentini, 1.000 dei quali erano morti e poco meno di 2.000 rimpatriati. Il 76% degli emigrati aveva scelto come destinazione il Sudamerica, e in particolare il sud del Brasile; gli emigrati si diressero soprattutto verso gli Stati di Santa Catarina, Rio Grande do Sul, Paranà, São Paulo, Minas Gerais ed Espirito Santo, dedicandosi prevalentemente all’attività agricola e insediandosi in colonie dal nome evocativo come Nova Trento o Santa Maria do Novo Tyrol. Nonostante le difficoltà iniziali, col tempo gli immigrati trentini – circa 25.000-30.000 fino alla Prima guerra mondiale – si radicarono con successo. Flussi minori, ma di un certo rilievo, si ebbero verso l’Argentina e l’Uruguay, mentre notevole fu, specie a cavallo del secolo, l’emigrazione verso l’America settentrionale, dove negli anni Venti erano presenti circa 40.000 trentini che avevano trovato lavoro nel settore minerario e in quello industriale, soprattutto in Pennsylvania, Colorado, Wyoming, Massachusetts. Vanno poi ricordate le migrazioni interne all’Impero asburgico, come quelle per la colonizzazione della Bosnia-Erzegovina, o ancora quella artigianale e operaia nel Vorarlberg.

Tra la fine dell’Ottocento e la Prima guerra mondiale si è calcolato un flusso di circa 20.000-30.000 emigranti l’anno, tra definitivi e, soprattutto, temporanei. Nel periodo tra le due guerre mondiali, sia il regime fascista, che i paesi di immigrazione introdussero delle limitazioni, ma nel complesso si calcola che emigrarono ancora 60.000 trentini, di cui la metà in forma definitiva. E il flusso non cessò neppure dopo la Seconda guerra mondiale, quando la Regione stessa, nell’intento di porre rimedio alla scarsità di lavoro in Trentino, promosse esperienze migratorie come quella cilena, che si concluse però in un sostanziale fallimento.

Nel 1975, il numero degli emigrati rientrati superò quello di chi partiva; il Trentino sarebbe diventato negli anni terra di immigrazione. Sebbene per molti trentini si sia trattato di un’esperienza pesante e dolorosa, l’emigrazione ha alleggerito la pressione sulle risorse locali, e le rimesse in denaro dall’estero hanno costituito un patrimonio finanziario importante per la provincia. In più, chi rientrava non di rado portava con sé conoscenze che introducevano elementi di novità nel panorama locale. Si trattò dunque di un fenomeno che diede un contributo importante alla nascita del Trentino moderno; ancor oggi esiste una fitta rete di rapporti che unisce, tramite il mondo delle associazioni e gli enti pubblici, le comunità trentine all’estero alla loro terra d’origine. A.B.

Bibliografia

C. Grandi, Verso i paesi della speranza: l’emigrazione trentina dal 1870 al 1914, Abano Terme (Padova) 1987; R.M. Grosselli, L’emigrazione dal Trentino: dal medioevo alla prima guerra mondiale, San Michele all’Adige (Trento), 1998 e, dello stesso autore, Storie dell’emigrazione trentina, Trento 2000; I. Sega (ed), Le hommes des images. L’epopea dei Tesini dal Trentino per le vie del mondo, Trento 1998; C. Trotter, Vita primierotta nei suoi costumi, tradizioni, leggende, Trento 1979.

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