16. Alpinismo e luoghi di cura: la prima affermazione del turismo tra economia e politica

«Noi trentini … nelle Alpi non dobbiamo già vedere solo una catena di monti ricchi d’ogni pregio, ma anche dobbiamo considerarle come un retaggio da difendere contro potenti e numerosi nemici, che con ogni arte tentano di germanizzare, imbastardire le popolazioni che vivono fra esse, togliendo loro quella vetusta civiltà italica che da secoli vi dominò sovrana».

Nelle parole del presidente della Società degli Alpinisti Tridentini (Sat) Silvio Dorigoni, pronunciate in apertura del congresso della Società il 13 agosto 1898, si riflette un orientamento piuttosto diffuso presso l’élite liberale trentina dell’epoca: le Alpi sono considerate come qualcosa di più di un semplice patrimonio naturale, rappresentando un elemento costitutivo dell’identità nazionale. Una posizione non certo isolata, che si ritrova anche nella pubblicistica d’epoca di altri club alpini, dal Club alpino italiano (Cai) italiano al Deutscher und Österreichischer Alpenverein (Döav). Le associazioni alpinistiche erano infatti composte prevalentemente da membri della borghesia urbana, dell’industria e delle professioni, presso la quale nel tardo Ottocento si erano radicati gli elementi di una forte, a tratti esasperata, coscienza nazionale. Ma se il grande sviluppo di queste forme associative fece sì che le aree alpine di confine diventassero in qualche modo il luogo di confronto tra opposti nazionalismi, impegnati a rivendicare l’appartenenza ‘storica’ di monti e vallate all’una piuttosto che all’altra area linguistico-culturale, esso portò anche a un forte sviluppo del movimento di visitatori verso le aree di montagna.

In generale, maggiori disponibilità di reddito e tempo libero presso alcune classi sociali, il miglioramento delle reti di trasporto e l’ambizione romantica da parte dei ceti urbani medio-alti di ritrovare una naturalità perduta in aree ritenute ancora ‘autentiche’ furono un fattore importante di sviluppo del turismo alpino. Tale fenomeno divenne così un’attività da cui aree geografiche in affanno sotto il profilo economico potevano sperare di trarre qualche ritorno positivo. La Svizzera, che per prima aveva saputo trasformare il potenziale insito nel patrimonio naturale locale in una vera e propria industria turi- stica, caratterizzata da elevati investimenti, da grandi capacità organizzative e da forti ritorni economici, costituiva peraltro un esempio delle possibilità di questo settore.

Negli ultimi decenni dell’Ottocento il Trentino cominciò a vedere crescere il fenomeno lungo due direttrici principali: il turismo alpino e quello di cura. Nel primo caso, dopo una fase pionieristica di cui protagonisti erano stati alpinisti, soprattutto inglesi e tedeschi, interessati alla conquista di vette inviolate, cominciò a svilupparsi in alcune località un’offerta turistica capace di atti109 rare una più vasta ed esigente clientela. In questa fase furono soprattutto Madonna di Campiglio e San Martino di Castrozza a dotarsi di strutture di alto livello, riuscendo a imporsi come mete alpine di rilevanza internazionale. Parallelamente, si era diffuso in alcune località del Trentino il turismo cosiddetto ‘di cura’, incentrato sulle caratteristiche climatiche e sulle proprietà delle acque curative. Arco, grazie anche al ritorno di immagine legato alla presenza di un membro della casa regnante austriaca, l’arciduca Alberto, divenne con la fine dell’Ottocento un importante centro di soggiorno, specie invernale, attirando una facoltosa clientela proveniente in gran parte dall’Europa centro- settentrionale, e anche Riva conobbe in quegli anni un forte incremento del flusso turistico. La presenza di acque mineralizzate fu invece all’origine delle iniziative turistiche di località come Rabbi, Comano, Roncegno e Levico, con quest’ultima in particolare che seppe dotarsi di attrezzature di livello internazionale. Le statistiche austriache del 1913 riportano che una città come Trento giungeva a ospitare oltre 33.000 «forestieri», mentre Riva superava i 48.000.

Era così andato profilandosi un settore capace di creare nuovi flussi di reddito a sostegno di un’economia in difficoltà. Non mancavano però i problemi. In primo luogo, il turismo e i suoi ritorni economici erano limitati solo ad alcune aree ben circoscritte del territorio. In secondo luogo, una parte importante delle maggiori strutture alberghiere era di proprietà estera, soprattutto tedesca e austriaca, e straniero era spesso anche il personale direttivo. Uno stato di cose, che pur dipendendo sostanzialmente della debolezza dell’imprenditoria e dell’ambiente economico locale, ebbe anche riflessi politici significativi, contribuendo in alcune fasi a rinfocolare risentimenti di impronta nazionalistica. M.C.

Bibliografia

C. Ambrosi - M. Wedekind (edd), L’invenzione di un cosmo borghese. Valori sociali e simboli culturali dell’alpinismo nei secoli XIX e XX, Trento 2000, e A. Leonardi, La montagna e il suo utilizzo nel tempo: dalla ‘rivoluzione industriale’ all’avvento del turismo. Un’analisi storico-economica, in C. Ambrosi - B. Angelini (edd), La Sat: centotrent’anni 1872-2002, Trento 2002, pp. 431-454.


La citazione iniziale è tratta da M. Scotoni, Il XXVI Congresso della Società degli Alpinisti Tridentini, in «Società degli Alpinisti Tridentini - Annuario», 20, 1896-1898, pp. 211-223, qui p. 218.

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