24. La coralità alpina

La nascita della coralità alpina ebbe luogo il 24 maggio 1926, giorno in cui fu ufficialmente fondato, dietro stimolo di Nino Peterlongo e in occasione di una conferenza tenuta nella Sala Grande del castello del Buonconsiglio a Trento, il coro della Sosat, la Sezione Operaia della Società Alpinisti Tridentini. Sorta in ambito urbano, la coralità alpina partecipò fin da subito al più ampio fenomeno di diffusione della ‘cultura della montagna’ promosso in Trentino a partire dagli anni Venti.

Le origini del coro della Sosat sono da attribuire all’iniziativa e all’estro musicale di quattro amici che rispondono ai nomi di Tullio Antoniutti, Enrico e Mario Pedrotti, e Riccardo Urbani, che iniziarono a trovarsi, suonando con chitarra e mandolini le vecchie canzoni popolari. L’abitudine di cantare in gruppo sostituendo gradualmente l’accompagnamento vocale a quello strumentale si perfezionò grazie all’inserimento di altri amici, tra i quali Silvio e Aldo Pedrotti.

In pochi anni si definirono, tenendo a modello il coro della Sosat, le caratteristiche di fondo della tradizione corale alpina, una nuova forma di musicalità canora identificata nel coro organizzato a composizione maschile, con sonorità e modelli armonici che richiamavano in parte la tradizione orale e in parte quella parrocchiale, del canto fratto e del canto lirico. Una novità era rappresentata dalla cantata ‘sottovoce’, utilizzata dai coristi in sostituzione del ‘gridato’ della tradizione lirica o delle tonalità piene della coralità patriottica. Il repertorio, armonizzato a orecchio, comprendeva canzoni che gli stessi coristi avevano appreso in famiglia, conosciuto nell’infanzia, orecchiato dai soldati o imparate dai vari suonatori e musicisti componenti l’orchestra mandolinistica del club Armonia.

Le esibizioni, organizzate inizialmente a contorno di altre iniziative, si moltiplicarono rapidamente decretando il successo di uno stile canoro che avrebbe ottenuto negli anni l’attenzione di sensibili musicisti di professione, quali Arturo Benedetti Michelangeli, Andrea Mascagni o Renato Dionisi, Luigi Pigarelli e Antonio Pedrotti. Da Roma a Milano, da Firenze a Ginevra, tra gli anni Venti e Trenta l’attività concertistica della Sosat ottenne considerevolissimi consensi di pubblico. Ad alimentare e canonizzare tale successo giunsero nel 1933 i primi «78 giri», incisi a Milano per la Columbia, e nel 1935 il libro Canti della montagna, contenente le armonizzazioni divenute ormai ‘tradizionali’ e le fotografie dello stesso Enrico Pedrotti. Tra questi vi erano "La Montanara" che l’autore Toni Ortelli donò alla Sosat, e la "Paganella": divennero in breve i canti più noti e apprezzati che il coro fece conoscere in tutto il mondo.

Nel 1931 la Sosat interruppe le proprie attività, ma il suo coro continuò a cantare e tenere concerti anche all’estero fino al 1938, quando il coro della Sosat divenne ufficialmente coro della Sat. Quest’ultimo, sospesa nel 1940 l’attività a causa della guerra, riprenderà vita nel 1945, anno in cui si ricostituirà anche in coro della Sosat. Nel dicembre dello stesso anno, poi, i fratelli Pedrotti riprendono le fila del coro della Sat, chiamando a raccolta alcuni vecchi coristi affiancandoli a nuove leve, costituendo così un complesso in grado di segnare una parabola straordinaria ed irripetibile nella storia della coralità alpina.

Nel secondo dopoguerra il fenomeno della coralità alpina conobbe ulteriori evoluzioni. Uno degli elementi più appariscenti di questo percorso fu la sua cristallizzazione entro il canone della ‘tradizione’. Sorta come manifestazione della sofferta modernizzazione conosciuta dal Trentino all’indomani della Grande guerra, in soli tre decenni la coralità alpina finì infatti per essere considerata, non senza enfasi ed accenti quasi mitici, un’icona della tradizione culturale trentina. Questa curiosa torsione identitaria subita in un breve lasso temporale dal fenomeno dei canti di montagna fu, per certi versi, il risultato della rivalorizzazione delle specificità culturali del territorio promossa negli anni Cinquanta e Sessanta a supporto dei disegni autonomistici del Trentino. Nonostante si trattasse di una forma espressiva recente, il coro, visto come un simbolo di appartenenza alla comunità, divenne emblema della cultura tradizionale trentina e assunse i caratteri di un vero e proprio fenomeno sociale, che in pochi anni poté contare su migliaia di praticanti coristi (oggi più di 5.000 per 197 cori) sparsi in tutto il territorio provinciale. M.C.

Bibliografia

P. Rauzi - C. Martinell i - M. Orsi, La coralità alpina del trentino: dalla modernizzazione secolarizzata alla cristallizzazione dell’identità, Trento 2000; F. de Battaglia - F. Menapace - A. Carlini, Guarda, ascolta. L’originale avventura tra musica e fotografia dei F.lli Pedrotti, Trento 2001; Q. Antonelli, Le origini della coralità alpina tra storia e leggenda, in C. Ambrosi - B. Angelini (edd), La SAT: centotrent’anni (1872-2002), Trento 2002, pp. 261-274.

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