30. Guidare lo sviluppo? Il Piano Urbanistico Provinciale del 1967

Nella presentazione del volume che raccoglieva la documentazione tecnica e normativa del Piano Urbanistico Provinciale (Pup) del 1967, Giuseppe Samonà, urbanista dell’Università di Venezia che del progetto era stato il coordinatore, indicava come obiettivo finale dell’intera iniziativa

«un benessere sociale ragionevole … non soltanto di natura economica, ma coinvolgente l’idea complessiva dei valori propri ad espressioni non materiali dello sviluppo insediativo, che garantiscono nella loro continuità il libero svolgimento dell’azione individuale e gli aspetti più caratteristici del loro intervento costruttivo nel territorio».

Alla base di quella che è stata definita «un’utopia tecnicamente fondata» c’erano in realtà due dati, uno politico-culturale e uno più propriamente istituzionale. Sotto il profilo politico, con il secondo dopoguerra si era radicata, nei principali paesi del mondo occidentale e anche in Italia, la convinzione che l’intervento pubblico potesse influire sui processi di sviluppo in atto al fine di ridurre le disuguaglianze all’interno della società. Se ciò poteva avvenire, da un lato, tramite il rafforzamento delle prestazioni dello Stato sociale, dall’altro pareva però necessario poter orientare i processi di investimento nell’economia: un intervento che sembrò dare i frutti migliori laddove vi fosse un coinvolgimento diretto degli enti pubblici territoriali.

Così il Pup, la cui elaborazione cominciò nel corso dei primi anni Sessanta per giungere a compimento nel 1967, divenne una sorta di laboratorio, nel quale si misurava la volontà e la capacità della classe dirigente trentina di pensare a una politica di ampio respiro, capace di far superare al territorio l’evidente ritardo in termini di sviluppo che stava emergendo in rapporto ad altre aree del paese, che avevano conosciuto il «miracolo economico». Ma alla prova erano messi anche studiosi e progettisti, che dovevano dare concretezza agli obiettivi politici con adeguati strumenti di intervento, sfruttando le possibilità garantite dall’autonomia.

Il Piano urbanistico approvato il 21 settembre 1967 fu, insieme all’Università e all’autonomia statutaria, uno dei cardini del programma politico con cui Bruno Kessler guidò la Provincia di Trento, e fu preceduto da un imponente lavoro di raccolta di dati e informazioni sulla situazione delle diverse aree della provincia e da un intenso dibattito sul modello di sviluppo da adottare, cui parteciparono alcuni tra i principali esperti nazionali in tema di programmazione economica e territoriale, da Giuseppe Samonà a Beniamino Andreatta. Obiettivo esplicito del Piano era la riduzione dei fenomeni di disagio economico e sociale presenti sul territorio, e la promozione di uno sviluppo armonico basato sulla omogeneizzazione del reddito prodotto e dei servizi. E ciò fu messo in atto grazie a un’interpretazione estensiva delle attribuzioni della Provincia, che secondo le disposizioni del primo Statuto di autonomia godeva di competenze piuttosto limitate per quanto riguardava l’intervento sull’economia, in particolare sul settore industriale, mentre aveva piena legittimità d’azione in campo urbanistico. Al di là del nome, però, il Piano urbanistico del Trentino fu qualcosa di ben più ampio e diverso rispetto a un classico piano regolatore. Furono individuati alcuni interventi infrastrutturali di fondo, che dovevano rendere più agevoli le comunicazioni in una realtà geograficamente complessa come quella trentina, e garantire l’accesso ai principali servizi sociali (scuola, sanità ecc.) anche alle aree periferiche. Sul fronte economico, furono individuate alcune zone da privilegiare nei processi di localizzazione industriale (Trento, Rovereto, Alto Garda, Tione, Valsugana) alle quali venne assegnato l’84% delle superfici industriali previste dal Piano, secondo una logica che se da un lato cercava di valorizzare esperienze e vocazioni che già si erano espresse negli anni precedenti, dall’altro vedeva nell’insediamento di nuovi impianti industriali uno strumento per promuovere zone in difficoltà. Tutto ciò doveva avvenire poi sulla base della creazione di un nuovo soggetto istituzionale, ossia il Comprensorio, che si poneva a un livello intermedio tra Provincia e Comuni, e costituiva l’unità di riferimento per gli interventi previsti (t V).

In realtà, molti degli obiettivi posti dal Pup non furono raggiunti. La crisi dei primi anni Settanta cambiò le condizioni di quadro dell’economia, e i Comprensori non assunsero mai il ruolo per il quale erano stati pensati. Inoltre lo strumento scontava le debolezze intrinseche di ogni atto di programmazione, in merito alla capacità di leggere adeguatamente la realtà sulla quale intervenire, e di reagire con sufficiente flessibilità ai mutamenti successivi.

Ma il Pup ha costituito anche un’esperienza significativa di confronto pubblico e di sperimentazione di uno strumentario complesso e integrato di interventi sul territorio da parte della Provincia, in una fase in cui si andava gradualmente definendo la seconda autonomia. A.B.

Bibliografia

S. Goglio, Economia regionale e sviluppo economico, Milano 1987, pp. 167-168; A. Moioli, 30 anni di sviluppo economico nella provincia di Trento, in Il Trentino e gli anni ’80. Verso una cultura della comunità, Trento 1980, pp. 27-37.

La citazione è tratta da Provincia autonoma di Trento, Piano urbanistico del Trentino, Venezia 1968, p. 23

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