32. La nascita dell'Università

La fondazione dell’Università costituiva per Bruno Kessler un passaggio imprescindibile del più generale disegno riformista che avrebbe dovuto permettere al Trentino «piccolo e solo» di uscire dal guscio perseguendo la via della modernizzazione (s 28).

«Un ordinato assetto di una comunità – ricordava Kessler nel 1962 illustrando il proprio disegno – sia essa ormai sviluppata o in fase di sviluppo, non è oggi conseguibile attraverso interventi del settore produttivo privato e della pubblica amministrazione di sola natura economica ed organizzativa … Partendo da queste constatazioni abbiamo valutato la possibilità di istituire a Trento un Istituto Universitario di Scienze Sociali il quale, oltre a diventare il centro delle risorgenti discipline attinenti alla sociologia e psicologia sociale, … si proponga il compito di formare docenti e ricercatori delle scienze sociali e di preparare gli addetti ad imprese private nei settori con rilevante importanza del fattore sociale, e ad uffici pubblici, specie negli enti locali, per la trattazione di questioni sociali».

Kessler, pur non essendo espressione delle élites intellettuali del territorio, affidava alla cultura un ruolo centrale nel progetto di superamento dell’arretratezza sociale ed economica del Trentino:

«Io sento il profondo valore di questa cultura – dichiarava – e sento soprattutto che la nostra gente, gli uomini delle nostre valli hanno bisogno di essere maggiormente assistiti in questo settore perché una elevazione loro non può derivare che dall’attenzione che noi poniamo a questi settori».

Se lo stimolo a fondare l’Università rimandava al progetto politico kessleriano di dare forma a un nuovo Trentino, la sua realizzazione fu il risultato del concorso di forze intellettuali di respiro nazionale. I primi movimenti si ebbero in occasione di un convegno a Saint-Vincent, in valle d’Aosta, dedicato alle politiche regionali e all’intervento pubblico; in quell’occasione Kessler intuì la rilevanza delle discipline sociali come strumento di innovazione culturale, maturò l’idea di fondare una Facoltà di Sociologia a Trento e iniziò a coinvolgere nel progetto alcuni studiosi, tra cui Marcello Boldrini, Giorgio Braga, Beniamino Andreatta, padre Luigi Rosa.

La realizzazione del disegno kessleriano non si dispiegò senza difficoltà. Si dovette infatti superare, oltre allo scetticismo espresso in sede locale, la diffidenza manifestata da parte del mondo accademico nazionale. In ogni caso la macchina si mise in moto piuttosto rapidamente: in pochi mesi si giunse all’approvazione in Consiglio Provinciale e, tramite l’istituzione dell’Istituto Trentino     di Cultura (ora Fondazione Bruno Kessler), si diede avvio nell’autunno del 1962 all’Istituto Superiore di Scienze Sociali. Il riconoscimento da parte dello Stato del nuovo corso di laurea avvenne non senza ostacoli e rallentamenti, derivati dalla chiusura manifestata da parte del corpo accademico nazionale nei riguardi delle nuove discipline sociali e da una complessa azione di riordino delle Facoltà di Scienze politiche. Nel gennaio 1966 gli studenti trentini levarono la protesta per rivendicare il riconoscimento statale del titolo di studio e occuparono l’Istituto, appoggiati in ciò da buona parte della comunità locale. Dopo complesse battaglie parlamentari, si giunse nel 1966 al riconoscimento delle lauree in Sociologia rilasciate dall’Istituto Superiore di Scienze Sociali.

L’arrivo a Trento di numerosi docenti espressione della giovane intellettualità riformista cresciuta soprattutto tra Milano e Bologna (Ettore Rotelli, Francesco Alberoni, Giorgio Galli, Gian Enrico Rusconi, Chiara Saraceno, Guido Baglioni, Vittorio Copecchi, Marino Livolsi), fece della neonata realtà universitaria un centro di notevole rilevanza nell’ambito degli studi sociali. La stessa composizione del Comitato Ordinatore dell’Istituto, che contava tra i propri membri intellettuali come Nino Andreatta, Norberto Bobbio, Marcello Boldrini e Pietro Scoppola, ben testimonia il livello qualitativo della nascente esperienza universitaria. Come aveva titolato «l’Adige» nel giugno 1966, Trento era divenuta la «capitale della sociologia».

Tra 1967 e 1968 venne il momento della contestazione e Trento divenne uno dei centri più attivi del movimento studentesco. Furono i mesi dell’esperienza dell’«Università critica» teorizzata da Mauro Rostagno e Renato Curcio, animatori insieme a Marco Boato della protesta trentina, che portarono a forme di sperimentazione didattica basate sul coinvolgimento diretto del corpo studentesco.

Chiusasi l’esperienza della contestazione anche in seguito alla partenza da Trento dei principali esponenti del movimento studentesco, l’Università trentina conobbe nei primi anni Settanta un’ulteriore evoluzione. Nel 1972 l’Istituto Superiore di Scienze Sociali fu trasformato in Libera Università degli Studi. Affidata alla guida di Paolo Prodi, comprendeva oltre alla Facoltà di Sociologia quelle di Economia e di Scienze. Trasformato in Università statale nel 1983 sotto il rettorato di Fabio Ferrari, l’ateneo trentino si arricchì nel 1984 delle Facoltà di Lettere e Filosofia e di Giurisprudenza, nel 1985 della Facoltà di Ingegneria. M.C.

Bibliografia

G. Agostini, Sociologia a Trento, 1961-1967 Una «scienza nuova» per modernizzare l’arretratezza italiana, Bologna 2008; V. Calì, Dalla difesa della specificità nazionale all’affermazione a livello europeo: l’avventura dell’Università, in A. Leonardi - P. Pombeni (edd), L’età contemporanea. Il Novecento (Storia del Trentino, VI), Bologna 2005, pp. 395-429, in particolare pp. 400-429.
La citazione è tratta da G. Faustini (ed), Bruno Kessler. Discorsi in Provincia, in Regione e alle Camere, Trento 2002, pp. 166-177, p. 30 (discorso nella seduta del Consiglio Provinciale del 15 febbraio 1962).

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